la voce del lago
ANNO V - n. 50 - febbraio 2007
I SEGNI DELLA STORIA SOFFOCATI DAL MATTONE

Sulle sponde del lago le vestigia delle ricche abitazioni dei patrizi romani indagate dall'Università degli Studi di Siena. Ma le zone archeologiche a poco a poco scompaiono dalle mappe e dai piani regolatori.

Il professor Giuseppe Cordiano dell’Università di Siena ha presentato, il 9 febbraio in un incontro alla biblioteca di Anguillara, ad un pubblico numeroso e attento i risultati del suo lavoro di ricognizione archeologica nell’Agro Sabatino rivolto all’analisi degli insediamenti romani di sponda del lago di Bracciano. Il lavoro, che sarà pubblicato prima dell’estate con il titolo di “Sabatia Stagna”, costituisce il primo studio d’impianto scientifico sull’area apparso dopo moltissimi anni di quasi assoluto silenzio degli addetti ai lavori, e si colloca dentro la grande tradizione degli studi di topografia antica relativi al territorio sabatino iniziati con i pionieri della Carta archeologica d’Italia alla fine del XIX secolo, proseguiti poi dalla British School a partire dal secondo dopoguerra fino agli anni ’80 e dal Dipartimento di Topografia antica dell’Università di Roma. La ricerca è dedicata alle ville, strade e fattorie romane che si trovavano lungo la riva del Lago per tutto il suo perimetro nel I sec. d.C. e che l’innalzamento delle acqueavvenuto in età giulio-claudia ha inghiottito e, paradossalmente, preservato dalle ingiurie degli uomini più che da quelle del tempo. Un articolo del professor Cordiano che potete leggere in questo stesso numero del giornale dà sinteticamente conto delle scoperte fatte e delle prospettive che si aprono ad una migliore comprensione dell’assetto territoriale dell’Agro sabatino nel primo periodo imperiale. Qui c’interessa affrontare una questione collegata che è venuta fuori in alcuni interventi nel corso della presentazione, ovvero il rapporto tra gli studi, la conservazione e tutela dei beni archeologici e la pianificazione territoriale ad ogni livello.

Anguillara - Ville costruite in zona archeologica

Si tratta di uno dei cavalli di battaglia del nostro giornale e del suo antenato diretto, La Tribuna del Lago, al punto che potremmo addirittura delineare una vera e propria storia del dibattito al riguardo nel territorio sabatino. Fu il Consiglio Regionale Lazio d’Italia Nostra che diede inizio alla riflessione contemporanea sulla pianificazione territoriale pubblicando nel 1978 un volume di proposte per il Lago di Bracciano, il Lago di Vico- Monti Cimini e il Lago di Bolsena, corredandolo di tavole tematiche dedicate ai beni archeologici, alla situazione urbanistica e ad una ipotesi di pianificazione. Andando oggi ad osservare la Carta archeologica preliminare elaborata da Lorenzo Quilici, che sarebbe diventato uno degli archeologi del paesaggio più reputati in Italia, desta sgomento vedere che molte delle aree che l’illustre studioso classificava come zone archeologiche sono state nel corso degli ultimi trent’anni devastate da una cementificazione caotica che non ha rispettato minimamente le memorie materiali dei nostri antenati. E questo malgrado il dettato costituzionale sulla tutela del paesaggio e la presenza sempre più evanescente, dell’istituzione che lo Stato Unitario aveva deputato alla conservazione e alla tutela, le Soprintendenze archeologiche. Nemmeno un passo avanti rispetto ai civili lamenti di George Dennis che i nostri lettori hanno potuto leggere sull’ultimo numero de La Voce, anzi: la capacità di demolire è aumentata grazie alla disponibilità di nuovi mezzi tecnici e ad una drammatica involuzione del pensiero e dell’agire degli amministratori locali che tra la tomba etrusca e il villino hanno sempre scelto il secondo, ovviamente in nome del progresso e delle magnifiche sorti e progressive. Ora il lavoro di Giuseppe Cordiano viene a stimolare ulteriormente il dibattito sull’eterna questione: perché tutelare il nostro patrimonio archeologico, quali risorse investire, quale il ruolo delle diverse amministrazioni nella gestione e nella ricerca, come risolvere il conflitto tra le esigenze della tutela e quelle delle economie, o meglio di quella che in loco spaccia come sviluppo l’appropriazione dei beni comuni (ambiente, paesaggio, beni archeologici) e la loro devastazione ai fini dell’arricchimento di singoli e lobby. È problema talmente serio e preoccupante che, al di là del nostro hortus conclusus locale, nelle sale ben poco austere della Regione Lazio si è cercato recentemente, grazie al cielo non riuscendoci, di bloccare la nomina di un archeologo come Adriano La Regina a presidente del Parco dell’Appia Antica perché considerato da alcune forze politiche una sorta di sanguinario giacobino pronto ad espropri spietati in un’area che cinquant’anni di connivenza tra abusivi e pubbliche autorità hanno ridotto ad uno stato che grida vendetta davanti al Cielo. Ma torniamo ai nostri lidi. La ricerca scientifica di Giuseppe Cordiano, ad un costo che è nemmeno un decimo della più misera delle parcelle concesse munificamente dai Comuni agli estensori di quelle tavole di nefandezze che sono in genere i nostri Piani Regolatori e le loro Varianti, ci porta in un mondo in cui si uniscono il piacere della conoscenza e la prospettiva di cambiare alcuni paradigmi. Scoprire attraverso il lavoro della mente, l’osservazione appassionata, la ricerca di ciò che non è evidente, i segni e le tracce di coloro che sono stati prima di noi, appartiene a quell’attività dello spirito che una compiuta democrazia dovrebbe considerare non un appannaggio di élite intellettuali ma una res omnium, una cosa di tutti come l’acqua e l’aria che respiriamo. Riportare i beni archeologici alle comunità dando ai singoli cittadini gli strumenti per capire che essi sono i custodi della memoria, che la loro vita può essere qualitativamente migliore se al posto di una sala giochi vi fosse un museo, se al posto dell’ennesimo centro commerciale venisse reso fruibile un tracciato stradale antico, è un compito che vede l’archeologo come colui che fa il primo passo, quello dello svelamento, ma che dovrebbe coinvolgere in un’opera di reale civilizzazione, e non scandalizzi il termine nel triste momento del trionfo della volgarità moltiplicata per milioni nel mare magno della Rete, tutti coloro che della cosa pubblica hanno il pesantissimo onere. Dobbiamo ammettere che l’amministrazione comunale di Anguillara ha dato un segno positivo: l’accoglienza estiva del professor Cordiano e dei suoi assistenti impegnati nelle ricerche nei locali scolastici, il parziale finanziamento del volume Sabatia Stagna, sono forse piccole cose, ma comunque cose. Anche la sistemazione della piroga neolitica della Marmotta nei locali, certamente non adeguati, dell’ex Consorzio agrario, sembra andare nella direzione di quel processo di acculturamento di cui dicevamo sopra. Ma a queste luci quanti ombre si accompagnano.

Anguillara - Ville costruite in zona archeologica

Flavio Enei, direttore del Museo di Santa Severa sulla navigazione antica, ha detto, durante la presentazione del lavoro del professor Cordiano, alcune illuminanti parole: Attenzione, sta scomparendo il paesaggio della campagna, ad ogni metro quadro di terreno concesso all’edificazione sparisce un pezzo di memoria. Ebbene in tutti i Piani Regolatori dei Comuni del lago non vi è una sola parola, non dico un’intenzione o un’azione, finalizzata utilizzata a risparmiare suolo e preservare memoria. Anzi. L’ossessione edificatoria continua senza sosta, azzerando le differenze politiche, omogeneizzando le ideologie, unificando gli interessi. Ad ogni Piano Regolatore, se va bene, è il 30 per cento di suolo e di memoria che se ne vanno, senza nessuna possibilità di ritorno. E allora ci piacerebbe che tutte le chiacchiere sulla conservazione e la tutela, enunciate dall’Unione Europea, dallo Stato, dalla Regione e giù per i rami fino ai Comuni, diventassero almeno in piccola parte concrete, cioè legate a qualcosa di identificabile, di riconoscibile, di definito. Durante la presentazione il sindaco di Anguillara ha fatto una dichiarazione impegnativa: acquisire al patrimonio pubblico le mura di Santo Stefano. Bene, prendiamolo in parola e aggiungiamoci la musealizzazione della via Clodia e degli insediamenti romani intorno ad essa, tutti ricadenti in un’area di proprietà comunale. Forse non tutti sanno che in un locale comunale, sempre ad Anguillara, giacciono da anni i materiali preziosissimi della Villa Romana delle Crocicchie, anch’essa sulla Via Clodia, recuperati e salvati dopo uno scavo clandestino. Si impegnerà la Soprintendenza a catalogarli e renderli fruibili al pubblico? E per non rimanere confinati ad Anguillara, i recenti movimenti di terra che hanno portato alla luce una parte del criptoportico della Saracinesca di Trevignano, una splendida villa di età repubblicana, pongono in termini immediati il problema della sua salvezza e della sua sistemazione. È disponibile il Comune di Trevignano a farsi carico della questione come ha ventilato una esponente dell’amministrazione? Tre piccole, grandi cose che possono costituire l’inizio di un ripensamento oppure, se le promesse e gli impegni non saranno seguiti dai fatti, l’ennesima constatazione, per dirla alla Flaiano che la situazione è sempre più tragica ma sempre meno seria. Settimio Cecconi

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