la voce del lago
ANNO IV - n. 47 - settembre 2006

UN'ETICA AGRICOLA PER RIFONDARE IL MESTIERE DI CONTADINO

Adattare la produzione alla domanda di quantità e qualità, perseverando sulla salute dei consumatori senza cedere ai contesti mondializzanti dell’agricoltura

Avevamo terminato il precedente articolo sulla prima parte de la fine dell’agricoltura parlando di “quell’immensa mandria di vacche” che affama il mondo perché ha bisogno di grandi distese di “mondo” per sfamarsi. Ricordate? Se no, rileggetevelo! Ebbene, ricominciamo dalla vacca: dalla sua crisi. I mie cari amici vaccari sono disperati. Sono nel mezzo di una crisi che dura da anni. Non sanno che fare. E quello che è strano non se ne vede un’uscita. Direte: “Ma dalle nostre parti non sanno organizzarsi?” Perché, pensate che dalle altre parti le cose stiano andando meglio?, vi rispondo. Si dice che è un problema strutturale. E spiegare il termine “strutturale” ci riporta indietro, al modello organizzativo dell’agricoltura europea: la Politica Agricola Comune (l’insieme delle norme e delle risorse finanziarie, l’establishment, i sistemi produttivi, ecc). Componenti, da più parti, definite come modelli frenanti per un futuro dell’Unione. Tony Blair nel 1997, al Congresso del Nuovo Labour, parlava di“Europa dei popoli”: libero scambio, forza industriale, elevati livelli di occupazione, giustizia sociale e democratica. E poi della contrapposizione dell’Europa dei burocrati, dell’Europa della politica agricola comune, delle interminabili commissioni che non portano nulla. Un anno prima Edgard Pisani, allora ministro dell’agricoltura francese su Le Monde si domandava: “Come ridare senso ad una politica che all’unione costa più della metà del suo budget?”. Ed era proprio la Francia che più di tutti beneficiava della politica agricola comune. Dal centro Europa gli faceva eco unmaestro del pensiero filosofico-politico, Ralf Dahrendorf, Perché l’Europa (Laterza 1997) che scriveva:“ La politica agraria ha esaurito i suoi compiti socio-politici; essa va gradualmente smantellata”. E per finire arrivò il “disaccoppiamento” (brutta parola!) che portò alla corsa sull’ampliamento delle aziende, poiché il pagamento unico per azienda è diviso per il numero degli ettari aventi diritto, col conseguente trasferimento dei diritti al pagamento con la terra acquistata. In pratica: il pagamento unico disaccoppiato è diventato il valore mobiliare negoziabile, e questo vale pure per le carni ovine e bovine congravi danni di devitalizzazione di zone sfavorite e quindi danni all’ambiente e al paesaggio, compresa la qualità dei prodotti. Jacques Berthekotdi Solidarité nel luglio 2003 parlava di “una riforma che accelererà l’eliminazione delle piccole aziende e la concentrazione delle grandi”. Questa è storia. Per fare da contrappeso si parlò di ruralità. Poi ci fu l’apertura (l’allargamento) ai Paesi associati dell’Europa centrale ed orientale (PECO) con tutti i problemi contingenti. Ma il tarlo della Riforma del 1992 fece cambiare il paradigma sulla produzione agricola che le successive leggi hanno solamente rafforzato. Dovevamo (allora) occuparci delproblema di come gli alimenti vengono prodotti, della loro qualità e varietà, degli effetti dei sistemi di produzione sull’ambiente, nonché di sviluppo equilibrato delle aree rurali e, non per ultimo, di consapevolezza ambientale (altra cosa dalla produzione). Buio all’orizzonte. In questi anni i governi hanno protetto solo i sistemi “forti” quelli che dietro avevano banche private, capitali finanziari (veri o finti, non importava, se erano finti poi si eleggevano le commissioni d’inchiesta, talvolta finte anch’esse). Poi le fallimentari cooperative intrise di politica partitica sconquassarono il sistema. Qualcuno - sempre in questi anni - ha parlato di Etica, di visioni (assolutamente) laiche che affermino la priorità del cittadino rispetto a quella dell’imprenditore. Di un nuovo principio di responsabilitàtra “prezzo” che proviene dal consumatore e il “sostegno” che arriva dal contribuente. Ne sarebbe derivato che ogni “aiuto”sarebbe dovuto essere motivato, come corrispettivo di un servizio che l’agricoltura (produttore-impresa-prodotto) rende alla comunità civile. Insomma: un nuovo patto fra agricoltura e società. Arriviamo al luglio di quest’anno. Oggetto: Fondi strutturali. Ambito territoriale: Unione Europea. Periodo di programmazione: 2007-2013. Nel Contenuto ci sono i regolamenti relativi al Fondo di sviluppo regionale per regolarizzare la disparità fra le regioni europee, poi un Fondo sociale europeo per la competitività e la cooperazione, e ancora un regolamento su un Gruppo europeo di cooperazione territoriale: un nuovo strumento di creazione di gruppi cooperativi con personalità giuridica, e infine un altro fondo, lo hanno chiamato “Fondo di coesione” che dovrebbe contribuire (dicono) aisettori dell’ambiente ma in fondo (il fondo) diventerà la legge della rete dei trasporti transeuropei. Ora il buio è diventato solido, totale, inattraversabile. Bisogna aggirarlo. E per farlo ci vuole la forza del cambiamento. Ma da dove partire?“Dove prendere la gente per portarla alla Rivoluzione?”, si chiesero i Giacobini del Club breton del 1789. Cioè, dove prendere gli epigoni del contadino Noè (classe mitica dell’alba del mondo) se questi stanno tagliando la vigna; sostituendo le stalle in ville con piscina posta sulla buca del silos e intorno c’hanno sistemato vacchette di plastica in scala, come i nanetti delle villette trevignanesi. Il tutto contornato da girasoli: tipicamente finti. (Dicono che il ricordo, la tradizione, non muore mai). Altri hanno già sanato i depositi degli attrezzi agricoli diventati casette da affittare a stormi di ex extracomunitari o aspiranti ex? Semplice! Partiamo dall’associazionismo agricolo che nutre ancora nell’area di una consistente presenza. La forte (in sede nazionale) Coldiretti aBracciano, che abbraccia i 4 comuni confinantie pure Canale, supera i 350 iscritti. Le iscrizioni femminili negli ultimi paio d’anni sono il 25 per cento del totale: coltivatrici dirette o imprenditrici agricole. Si lamentano le presenze giovanili e si aspettano con ansia i Piani di Sviluppo Rurale per farli entrare nel mondo agricolo con qualche euro in tasca. E come vivono? Cosa producono? Alla prima domanda vi rispondiamo che alcune, quelle di tradizione agricola, hanno rimesso a posto i vecchi casali dell’ex Ente Maremma, tentano di portare avanti con fatica un mestiere, si sono informatizzate, e hanno risistemato qualche stanza per farci dormire i nuovi viandanti. Altre si trovano in quelle belle ville costruite in questi anni sul territorio, qualcuna con piscina contornata da alberi da frutta. Non avrebbero potuto costruire se non fossero in qualche modo coltivatrici. Alla seconda domanda ci pare che la risposta sia:6 galline, 10 polli, 3 coppie di conigli, ortaggi per uso proprio e di qualche ospite domenicale. Qualcuno/na s’è comperata una vacca che produce vitelli con l’intervento del veterinario. Quelli di tradizione agricola le vacche le stanno smettendo. I nuovi acquisti dell’éthos agricolo sono icittadini che, stanchi del caos romano, sono venuti a vivere in campagna, pretendono di fare la vita “aria e sole” e conoscere tutto sulle tradizioni magari leggendo qualche libro di Edagricole. Sì, sono proprio questi i nuovi contadini/ne (Niente a che fare con il mondo contadino immortalato dalle vecchie reflex di Sandro Becchetti).Ma tutti (compresi quelli di tradizione) stanno mettendo al mondo figli finti-campagnoliseguendo, non una discendenza nominale-patriarcale, ma l’estro medianico anglofonalizzante. Primo, Secondo, e Terzo degli anni ’30 ora si chiamano Samantha (con la “h”) Deborha (sempre con la “h”, ma più espirata) e Giovanni (che è un classico).

Anguillara: Pompeia Carrozzo prepara i peperoni per il mercato L'ortolana Lorella Pauselli con i suoi peperoni tondi

Ma ce li vedete voi sfilare come gli agricoltori del primo ’900 del Quarto stato? E cosa importa se in Italia, negli ultimi trent’anni, si sono sacrificati circa ottocentomila ettari di terreni fertili, per gran parte pianeggianti, irrigui e altamente produttivi. Qualcuno ci penserà! Ma quel “qualcuno” si chiama Politico. Fa parte di una razza che parla politichese, che si nutre di voti. Un presenzialista. Immortale pure dopo morto (politicamente): si rigenera. A volte entra in metamorfosi (Ma non come Gregor Sansa di Kafka, non diventa un bacarozzo gigante. Magari!) Il suo scopo è il potere. Uno che non si sente “prestato” alla società. E la società che si presta a lui. Un nuovo media che trasforma il “messaggio” in consensi. E… “ce li ripresentano come alla Ruota della fortuna” sempre giovanili: capelli trapiantati, abbronzati, vezzeggiati”, trovai scritto su una rivista mentre ero dal barbiere. E con questa classe dominante abbiamo poche speranze. Per ritornare agli amici allevatori (io li chiamo i pastoridella nuova Bétlem: la Bruxelles dove tutti vanno ad adorare il Dio contributo), alle loro domande su dove andremo a finire, rispondo che prima o poi dovremmo “ridefinire un mestiere” (non è mia, l’ho presa, anni fa, in prestito da Jacques Gaudinat un agricoltore francese che è stato pure Segretario Generale della Confédération française coopératives agricoles e da Mario Campli uno della Legacoop), ma sul serio questa volta. Il “Nuovo mestiere agricolo” dovrà essere un mestiere di equilibrio, cioè dovrà adattare la produzione alla domanda di quantità e qualità, perseverando sulla salute dei consumatori. Ma soprattutto si dovrà rivedere il concetto di Etica agricola, sfruttando con razionalità e non seguire i contesti mondializzanti che sono fuorvianti per il coltivatore diretto. “Allarghiamo il nostro orto, con parsimonia” potrebbe essere il motto. Il “fare impresa” a tutti i costi non ci interessa. Il contadino è una scelta di vita. È una storia che si deve ripetere. Scriveva un piemontese delle Langhe cuneesi, Franco Piccinelli nel 1982: E vero che l’albero è e sarà sempre albero, l’aia sarà sempre aia [magari riprogettata da Portoghesi (è mio)], il filare di viti sarà sempre filare. Ma se muta il tessuto umano, lo squallore si inerpica sui sentieri e si diffonde”. Alfredo Di Stefano

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