la voce del lago
ANNO III - n. 42 - gennaio 2006

CHIMICA E ANGUILLE, UNO STUDIO DI GREENPEACE

Anche due esemplari di anguilla del lago di Bracciano nella ricerca dell’associazione ambientalista che si appella all’Europa per una normativa chiara e trasparente sulle sostanze bioaccumulative impiegate nei prodotti di consumo

Il temibile pesticida DDT è stato vietato. La stessa sorte più di venti anni fa è toccata anche ai Pbc, i composti di sintesi clorurati impiegati massicciamente, sin dagli anni ’30, nel settore elettrotecnico come isolanti. Ma il loro impiego è tuttavia rinvenibile ancora oggi. Sono oltre 100mila le sostanze chimiche impiegate nei prodotti di consumo e molte di queste sostanze si accumulano nell’ambiente, negli animali e negli esseri umani. Uno studio effettuato da Greenpeace ha di recente interessato le anguille. Nel campione anche due esemplari di anguilla pescati nel lago di Bracciano. Anche se in concentrazioni molto limitate le analisi di Greenpeace hanno posto in evidenza una presenza di queste sostanze nelle anguille “sabatine”. In particolare l’associazione ambientalista ha concentrato la sua attenzione sui cosiddetti ritardanti di fiamma bromurati utilizzati in una vasta gamma di materiali, quali le apparecchiature elettriche e elettroniche, le vernici, i prodotti tessili, delle automobili e negli aerei per impedire che prendano fuoco. Lo studio ha ricercato inoltre anche residui di PBC ancora presenti. L’anguilla europea (Anguilla anguilla) è da tempo considerata dagli studiosi una specie “bioindicatore”, cioè in grado di rivelare i contaminanti presenti negli habitat locali in quanto vive a lungo, fino a 20 anni, trascorre gran parte della sua lunga esistenza in habitat localizzati e perché, in quanto grassa, tende ad assorbire e a concentrare gli inquinanti organici bioaccumulabili che possono essere presenti in quantità minori nella sua dieta variegata a base di crostacei, vermi, lumache, larve e anche piccoli pesci. Lo studio, nel dimostrare che la contaminazione degli ecosistemi d’acqua dolce da parte di sostanze chimiche persistenti e bioaccumulative prodotte dall’uomo rimane tuttora un problema in Europa, avvalora la richiesta di Greenpeace all’Unione Europea di prevedere in sede di discussione sulla normativa di Registrazione, Valutazione e Autorizzazione delle Sostanze chimiche (Reach) che l’industria chimica identifichi e fornisca alcuni dati di base sulla salute, sulla sicurezza e sull’impatto ambientale, informazioni che attualmente non sono disponibili per la maggior parte delle sostanze presenti sul mercato. Quanto alle anguille, secondo Greenpeace inoltre l’accumulo di sostanze chimiche potrebbe contribuire alla scomparsa della specie. “Alcuni scienziati hanno teorizzato che i composti chimici pericolosi, accumulati nel grasso delle anguille mature sessualmente, si mobilizzino da questo tessuto dell’animale – osserva la ricerca - nella fase finale della migrazione e della riproduzione, rilasciando grandi quantità di sostanze che potrebbero minare il successo riproduttivo e la stessa salute della prole”.“Le popolazioni di anguille sono in rapido calo in tutto il continente – commenta lo studio - e un approccio precauzionale verso la protezione di questa specie è critico per la sua sopravvivenza. In alcune acque europee, i numeri delle giovani anguille sono scesi fino all’1 per cento rispetto ai loro livelli storici”. Greenpeace si appella ai leader Europei perché tengano conto delle lezioni apprese dalle normative inefficaci applicate in passato. “Le sostanze chimiche come i PCB – dice Vittoria Polidori, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace - ancora continuano a contaminare la fauna e gli ecosistemi europei, nonostante non siano più impiegati in modo continuo già a partire dai primi anni ’70. Il futuro incerto dell’anguilla europea mostra quanto sia fragile la biodiversità in contrapposizione alla capacità di alcune sostanze chimiche di persistere per lunghi periodi di tempo”. Secondo Greenpeace è quindi necessaria una svolta che faccia del principio di sostituzione il cardine della nuova procedura di autorizzazione all’impiego di sostanze chimiche. “La disponibilità di una alternativa più sicura deve essere una ragione sufficiente per poter rifiutare l’autorizzazione: questo è l’unico modo per assicurare che il sistema REACH sia davvero una guida verso una produzione chimica più sicura e una maggiore tutela della salute dei consumatori”. Ma il testo concordato in commissione ambiente nel novembre scorso ha sollevato polemiche. In particolare l’europarlamentare del Prc Roberto Musacchio ha criticato con fermezza “i cattivi compromessi fatti che rischiano di svuotare enormemente la normativa” e ha puntato l’indice contro le forze “del mercato selvaggio, della deregolamentazione, del profitto che speculano sulla salute e sull’ambiente” e come tali antitetiche ad un Europa “sociale e ambientale, armonizzata”. G. V.

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