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Percorrendo
la strada che porta a Martignano, in prossimità del Mattatoio,
si incontra un fabbricato antico, noto a tutti col nome di Mola
Vecchia. Si tratta, infatti, di un antico mulino che ha macinato
il grano di Anguillara fino al 1832, anno della sua disattivazione.
La Mola è stata per secoli protagonista di un'attività
produttiva locale ormai remota.
Attraverso l'acqua del fiume Arrone si provocava il movimento che
faceva girare le macine per la molitura. Era così importante
per il territorio, da essere raffigurata accanto al Palazzo Qrsìni
in una cartina geografica del 1500, contenuta in Vaticano. Tuttavia
la sua edificazione è sicuramente precedente, da collocarsi
tra il XIV-XV sec.
Attualmente non esistono documenti che attestino con certezza l'anno
della costruzione. Certo è che la sua storia è strettamente
collegata a quella delle famiglie succedutesi per il dominio del
territorio. Dagli Anguillara, agli Orsini, ai Grillo-Mondragone
fino ai Doria dEboli. Sono da riferirsi proprio alla famiglia Orsini
i primi documenti rinvenuti, e che riportano dei contratti di affitto
per la Mola, a partire dalla seconda metà del 1600. Le notizie
diventano più interessanti a partire dal XIX sec., in concomitanza
con una vicenda che la rende protagonista in una disputa tra la
Casa Mondragone e la Camera Apostolica.
Il
conflitto tra il Vaticano e la duchessa di Mondragone
A causa di un abbassamento del Lago di Bracciano, l'acqua che da
esso era convogliata nell'Acquedotto Paolo, divenne molto scarsa,
causando dei seri problemi di approvvigionamento idrico a Roma,
in particolare ai mulini del Gianicolo e a Trastevere.
Pertanto, fu nominata una commissione di periti che periodicamente
si recava ad Anguillara ed in particolare
nell'area della Mola, per verificare la situazione. Dalle varie
relazioni redatte è possibile capire che all'epoca il mulino
macinava mensilmente 80 rubbia di grano, pari a circa 800 chilogrammi.
Questa quantità fu giudicata esigua e quindi si ritenne che
l'acqua utilizzata per la Mola potesse essere meglio convogliata
nel Condotto Paolo per aumentarne la portata. Si legge inoltre che
negli anni '20 del 1800 gli anguillarini preferivano a volte recarsi
a Bracciano per macinare il grano "per essere viaggio più
comodo".
Fu decisa quindi la costruzione di una nuova mola, che invece di
utilizzare l'acqua destinata alla Capitale, avrebbe attinto direttamente
dall'Acquedotto Paolo, attraverso una fistola.
Giunse immediatamente un reclamo della Duchessa di Mondragone che
giudicò le intenzioni del Governo lesive nei confronti della
sua proprietà. Quindi nel 1831 si stabilì con una
"onorevole conciliazione" che la Mola vecchia dovesse
essere disattivata e sostituita con una nuova, da donare gratuitamente
alla Casa Mondragone entro la primavera del 1832. Da qui l'abbandono
del vecchio mulino. Abbandono che purtroppo si è protratto
nel tempo, rendendolo oramai un ammasso di muraglie imprigionate
nella vegetazione infestante.
Al degrado esteriore si aggiunge la perdita di memoria nei confronti
di una testimonianza così importante, legata alla vita del
passato del territorio di Anguillara.
Si tratta di un'architettura medievale preziosissima, in quanto
presenta i tipici caratteri del mulino a ruota orizzontale, riscontrabili
in tutto il centro Italia. All'interno sono ancora presenti le stanze
coperte con volte a crociera, mentre la parte destinata al meccanismo
del mulino attualmente non è visibile, facendo pensare ad
un ambiente sotterraneo, il cosiddetto "carcerario del retricine",
cioè la stanza dove era alloggiata la ruota orizzontale,
provvista di pale metalliche, su cui veniva fatta cadere a pressione
l'acqua. Il movimento circolare azionava una ruota di pietra, posta
al piano superiore che girando, macinava il grano.
Una
proposta di intervento
C'è da rilevare che nonostante si abbia coscienza della valenza
storica della Mola Vecchia, essa manca di opportuni vincoli che
la tutelino. Finora è stato possibile, ad esempio, "amputare"
il muro che si trova alla base dell'edificio per rendere la strada
su cui si affaccia più agevole, in virtù della mancanza
di opportuni provvedimenti. L'indubbio valore storico delle due
mole dell'Arrone dimostra quanto sia necessario un rapido intervento
affinché esse non vengano abbandonate all'incuria più
totale come purtroppo si sta verificando.
Dei manufatti così preziosi possono essere recuperati ed
anche se la loro destinazione d'uso non potrà essere più
quella originaria, non è da escludersi una loro trasformazione
in "luoghi della memoria". La proposta d'intervento riguarda
soprattutto la possibilità di rendere l'Area delle Mole un
punto strategico per la crescita culturale, creando un vero e proprio
"polo d'interesse dedicato alla storia dell'agricoltura locale.
Questi
i punti salienti
a) Restauro della Mola Vecchia, che diventerebbe così
un "monumento a cielo aperto", con possibilità
di allestimenti interni dedicati alla storia dei mulini del territorio.
b) Recupero dei locali del Mattatoio (si parla di una sua
prossima chiusura). Potrebbero, infatti, diventare degli spazi espositivi
per mostre-mercato (per es. gastronomiche) oppure si potrebbe creare
un "laboratorio culturale". cioè uno spazio di
preparazione per eventi culturali
c) Restauro della Mola Nuova, destinandola a punto informativo
per l'istituendo parco e pulitura della lapide apposta in occasione
della costruzione del nuovo mulino.
In sostanza, un patrimonio culturale ad alto potenziale che non
merita certamente di essere ignorato, come purtroppo si sta verificando
attualmente.
Pina Alagia |
| TORNERA'
A MACINARE |
dopo
secoli l'antica Mola di Oriolo |
| Farà
parte di un Museo del pane e dell'alimentazione contadina |
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La
Mola di Oriolo
La Mola del Biscione a Oriolo Romano è un mulino seicentesco
sorto su una preesistente struttura romana, relativamente ben conservato
nella sua cinta muraria esterna. Situato a pochi chilometri dal
paese, al centro del grande Parco della Mola della locale Università
agraria, si trova in un ambiente naturale incontaminato e di rara
bellezza. Lasciata alle spalle una zona semi-residenziale di villette
sparse nella campagna, lo raggiungiamo in macchina attraverso una
strada sterrata non del tutto agevole che si apre su ampi panorami
di boschi e colline. Ci troviamo in una radura alla confluenza del
fosso del Biscione e del fiume Mignone, che forma qui un'alta cascata
in mezzo al bosco. Al centro due grandi vasche delimitate da pietre
e alimentate da una sorgente di tiepida acqua sulfurea. Poco più
in là tavoloni e panchine di legno sotto gli alberi per ospitare
i picnic estivi. Insomma, un posto di rara tranquillità e
bellezza.
Dopo la visita, ci rechiamo in Comune, di fronte a Palazzo Altieri,
a parlare col sindaco Italo Carones che ci illustra un progetto
molto innovativo. Carones ha una lunga esperienza amministrativa:
è stato eletto con il centro sinistra il 13 maggio 2001,
ma per otto anni era già stato vice-sindaco di questa cittadina
della Tuscia meridionale.
Il progetto, per il quale sono già previsti finanziamenti
della Regione e della Provincia di Viterbo, riguarda non solo il
recupero conservativo della Mola ma il suo inserimento in un percorso
didattico e museale. La Mola, che si estende su due piani per una
superficie di 10 metri per sette, verrà restaurata con l'intento
di rimettere in funzione l'originario processo di molitura del grano,
con le macine mosse, come avveniva ai tempi dei Santacroce degli
Orsini di Veiano, dalla condotta d'acqua forzata derivata dal vicino
Mignone.
All'interno verranno ricavati dei locali in cui verranno illustrati
con l'utilizzo di computer i processi produttivi, ai quali i visitatori
potranno anche assistere dal vivo.
A qualche chilometro di distanza, all'inizio dell'abitato di Oriolo,
verrà inoltre ristrutturato un moderno edificio che ospiterà
un vero e proprio "Museo del pane e dell'alimentazione contadina".
'Sarà il secondo museo di questo genere in Italia, dopo quello
già esistente in una cittadina del Nord-Est". ci dice
il sindaco, mostrandoci le tavole del progetto preliminare molto
dettagliato, già approvato, che ha visto l'impegno dell'Università
della Tuscia, di "Studio 27" di Roma e di due ingegneri,
Sante Fabene e Mauro Trapè di Montefiascone. Il progetto
è costato al Comune 12 milioni di lire, Il primo lotto per
il restauro esterno sarà finanziato per 800 milioni e il
secondo, per completare la struttura museale, per un miliardo e
mezzo.
Giorgio Migliardi e Valter Schiavoni
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