la voce del lago
ANNO III - n. 26 - maggio 2004
I PRINCIPI ETRUSCHI DI TREVIGNANO
Esposti in permanenza al Museo Civico i resti di un cocchio e un calesse rinvenuti nella Tomba dei Flabelli dell’Olivetello. La massima esperta di carri etruschi in Italia, Adriana Emiliozzi, prima ricercatrice del Consiglio Nazionale delle Ricerche dell’Istituto di Studi per la Civiltà Italica e del Mediterraneo Antico, illustra l’importanza dei reperti dall'8 maggio tornati in loco
Lauova vetrina del Museo con i veicoli della Tomba dei Flabelli

Il comprensorio sabatino si trova al centro geografico di una vasta area che nell’epoca detta Orientalizzante (dal 725 al 575 circa) vedeva popoli di diversa estrazione e lingua, Etruschi di Veio e Cerveteri, Latini e Falisci tra loro confinanti, esprimere una forte unità culturale. Al buon gioco di scambi faceva da arteria il Tevere e da sbocco il Mar Tirreno, con gli approdi del commercio da e per il Mediterraneo orientale, con materie prime di andata e manufatti di raffinata qualità e alto pregio/prezzo di ritorno. Per i movimenti interni in senso orizzontale la morfologia del suolo offriva una naturale e fitta rete di comunicazioni, che nel comprensorio del Lago ha favorito particolarmente l’agglomerato di Trevignano. Qui gli insediamenti sono già di tipo stanziale dal 1200-1000 a.C. (Località Rigostano) e la forma di vita stabile, con economia fondata sulla pastorizia, l’allevamento e l’agricoltura continua a far prosperare il centro per tutti i tre secoli successivi: culture Villanoviana, Orientalizzante e Arcaica (IX-VI sec. a.C).
Le due ricchissime tombe dalla necropoli dell’Olivetello, la Tomba Annesi Piacentini e la Tomba dei Flabelli, scoperte entrambe fra il 1965 e il 1968, contenevano corredi di straordinaria ricchezza, tutti esposti nel Museo Civico. Numerosi elementi di quei corredi e l’architettura delle tombe sono testimoni tangibili delle relazioni e degli scambi che nel pieno VII sec a.C. il ceto aristocratico di Trevignano ha intrecciato
con le etrusche Veio e Cerveteri e con le falische Narce e Civita Castellana.
Nell’una di queste due eccezionali tombe, quella detta dei Flabelli, erano stati deposti anche due carri, appartenuti ad uno dei quattro defunti inumati (due uomini e due donne) oppure, come vedremo, a una coppia delle due, se essa costituiva famiglia.

Il carrus etrusco del Tumulo dei Carri di Populonia

Simboli di status

La fortuna che abbiamo avuto di poterci dedicare alla ricostruzione e all’esposizione in Museo dei veicoli dalla Tomba dei Flabelli dipende dal fatto che oltre a tutte le comunità pre- e proto-urbane dell’Etruria (dall’Emilia alla Toscana e dal Lazio settentrionale alla Campania), anche i Latini, i Falisci, i Sabini, i Piceni ed altri popoli italici - al contrario dei Greci - usavano seppellire i carri dei ‘capi’ nelle tombe, come simbolo di rango insieme ai ricchi effetti personali del defunto principe, ai servizi da banchetto o per il simposio e ad altre suppellettili che il Museo di Trevignano esemplifica esaurientemente. Per trovare usanze eclatanti di deposizione di carri nelle tombe, tra i popoli affacciati sul bacino del Mediterraneo bisogna guardare all’Egitto dei Faraoni a partire dal Nuovo Regno o all’Isola di Cipro fra l’VIII e il VII sec.
a.C. I risultati della ricerca confluiti nel 1997 nel catalogo della mostra Carri da guerra e principi etruschi includono un aggiornamento del numero di veicoli dal sottosuolo dell’Italia antica prima della romanizzazione: 204 tombe principesche databili fra il 775-750 e il 500 a.C. e non più di una dozzina riferibili al V secolo hanno conservato i resti di 242 veicoli, ai quali si aggiungono 31 unità fuori contesto e 3 ritrovamenti in contesti diversi dalle sepolture. Il maggior numero di presenze è vantato dall’Etruria, che all’epoca occupava la superficie più estesa dello Stivale.

Il carro della "Principessa" di Sirolo: modellino in scala

Veicoli per uomini e donne

L’esigenza di stabilire una tipologia per meglio comprendere la destinazione d’uso di tali veicoli è divenuta stringente dopo il 1977, quando nella tomba di una donna latina d’alto rango (presso Roma, nella zona dell’Acqua Acetosa/Laurentina) si trovarono i resti metallici di un veicolo, che venne ricostruito come un cocchio e presentato in un paio di mostre accompagnate dalla pubblicazione in catalogo. Si sarebbe dunque trattato di un carro da guidare stando in piedi, come le celebri bighe da Ischia di Castro presso Vulci e da Monteleone di Spoleto, ad uso dell’elemento maschile, ovvero del ‘capo’ di un’aristocrazia guerriera. Ma perché accompagnava una donna nella sua ultima dimora?! La risposta è venuta dopo molti anni, grazie alla scoperta della tomba di un’altra “principessa”, trovata questa volta nel Piceno, a Sirolo, necropoli dell’antica Numana presso Ancona. Lì due veicoli ritualmente smontati e accatastati l’uno verso il capo l’altro ai piedi della defunta hanno dato modo alla scrivente di individuare un cocchio (il currus latino) ed un calesse a due ruote (carpentum), da guidare stando seduti [Fig. 1]. In quest’ultimo - che era trainato da una coppia di muli femmina e non da un solo animale come nei tempi più vicini a noi - le due stanghe del timone si ravvicinavano, curvandosi e assottigliandosi verso il culmine, dove un elaborato puntale di bronzo a tre canne ‘un terminale ‘a tridente’ [Fig. 2] raccordava le aste tra loro e con i finimenti per il governo degli animali da tiro. Ebbene, quel puntale a tre canne era associato anche al veicolo della signora di Acqua Acetosa/Laurentina, che dunque si è dovuto riconoscere come un calesse, senza più problemi riguardo al suo possesso da parte di una donna di alto rango. Non solo, ma grazie alla scoperta di Sirolo si sono potuti riconoscere calessi in tutti i resti di veicoli associati al terminale ‘a tridente’, funzionale all’assemblaggio di un timone di tipo speciale, originario del Vicino Oriente. Da qui poi la corretta interpretazione di numerosi casi in cui i cerchioni in ferro da un’unica sepoltura (maschile o femminile che fosse) erano quattro non perché vi era stato deposto un carro a quattro ruote usato per il trasporto funebre, ma perché il defunto (sempre e solo di alto rango) era stato sepolto con entrambi i veicoli in dotazione personale o di famiglia, come nel caso della giovane nobildonna di Sirolo, forse morta poco dopo le nozze.

Il caso di Trevignano

In questo complesso contesto di ricerche, scoperte e nuove acquisizioni, la Tomba dei Flabelli di Trevignano (675-600 a.C.) svolge un ruolo non indifferente: 1) perché attesta il seppellimento della coppia differenziata di veicoli di cui abbiamo sin qui parlato; 2) perché il restauro del terminale ‘a tridente’ [Fig. 3] spettante al timone del calesse ha costituito un vero e proprio anello di congiunzione nella catena di confronti tipologici fino ad allora elaborata. È perciò a pieno merito che per i suoi resti e per quelli del cocchio sia stata allestita una nuova vetrina nel locale Museo Civico [ Fig. 4], che consigliamo di andare a vedere per integrare con l’osservazione diretta le informazioni qui sintetizzate. Non importa che i resti dei due veicoli siano scarni: così è per la maggioranza dei ritrovamenti databili fra il 750 e il 600 a.C. in Etruria, quando la stragrande maggioranza dei carri appartenenti al ceto dominante era formata all’80-90 per cento di legno, pelle cruda e cuoio (talora colorato o ornato di borchiette metalliche applicate), che i secoli hanno consumato.
Adriana Emiliozzi

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