A
sette chilometri da Bracciano, verso il mare, e a pochi di più,
in linea d’aria, verso i boschi dall’originale comune
di Cerveteri, c’è Castel Giuliano. Un centinaio di
anime nel paese vecchio che sorge nel Settecento all’ombra
del palazzo Patrizi, ed un altro centinaio sparse tra la campagna.
Dal 1927 il paese è entrato nel comune di Bracciano ma quando
i rapporti con l’amministrazione comunale si fanno tesi (è
successo) riaffiora una volontà comune di ritornare sotto
Cerveteri. C’è un’esagerata piazza, un’esagerata
chiesa con annesso campanile, esagerato. Una strada per arrivarci,
una scuola per geometri, tre cascate, una banda, un campetto di
calcio, c’era pure un teatro e c’è una congregazione
dal numero variabile di preti e studenti di origine argentina che
pensano alle anime e organizzano insieme agli abitanti la festa
del paese, in maggio. C’era pure la sagra del cinghiale finita
qualche anno fa per un discusso “primo raduno dei coatti”
e “la festa delle rose” una sorta di rose-farm per le
vie del paese dal sapore antico. Quest’anno mi dicono che
non ci sarà, ma le antiche rose si potranno ammirare da maggio
nel parco del palazzo Patrizi, pagando. In primavera dalle case
escono i vasi di fiori che hanno svernato all’interno e rispuntano
i gerani sui balconi. Il grigio-pozzolanico delle facciate si ricolora,
è un bel vedere. “Fino a qualche anno fa c’era
uno spazzino comunale che teneva il paese come un gioiello”
- dicono le anziane donne all’uscita dalla messa della domenica
(l’unica realtà sociale a scadenza settimanale) -,
“poi il Comune ce l’ha tolto e come premio c’hanno
pure fatto quella porcheria (indicando l’isola ecologica)”.
Quel “regalo” della giunta Sala non è mai andato
giù ai paesani che alla prima occasione (le comunali del
2002) plebiscitarono per Negri che promise la rimozione del manufatto.
Da mesi nessuno toglie più l’immonda monnezza sotterrata
nell’“isola”. È vero: per i castellesi
non c’è mai stato nessun rapporto con la sporcizia
principalmente per un innato ma pure cromosomico concetto di ospitalità:
la pulizia del paese, il decoro, come carta d’identità
collettiva; e forse pure perché gli anziani (e non solo loro)
ricordano quando non c’era né acqua né bagno
nelle case, ma pure in quella consapevolezza del disagio c’era
una grande dignità.
Da un paio di settimane il paese s’è svegliato, non
dalla primavera che tarda a venire ma dalla notizia di una nuova
discarica che dovrebbe sorgere a qualche chilometro, a Col dell’Aino
che da noi si pronuncia “Agno”: un posto che gli anziani
ricordano bene perché ci andavano a raccogliere il grano
per i padroni quando non c’era ancora l’Ente Maremma
che dagli anni Cinquanta ha reso tutti un po’ meno poveri.
In quei mitici anni delle prime piante di olivo di proprietà,
dei primi vigneti rinverditi dal concime ternario, degli alberi
da frutto e del grano cresciuto sulle terre tolte alla nobiltà
e date ai contadini, il paesaggio creato dall’uomo diventava
un’opera d’arte collettiva.
Tutto questo non finirà in un bisunto putridume versato su
un ambiente conquistato col lavoro. La nostra linea Maginot è
la Settevene-Palo. Male abbiamo sopportato la crescita all’orizzonte
del monte d’immondizia della discarica di Cupinoro, una “bomba
ambientale” che dovrà essere chiusa, bonificata e poi
alberata al più presto, figuriamoci ora che si parla di 120.000
tonnellate di rifiuti urbani dal fetore purulento in avvicinamento
che contaminerebbero l’aria e i campi facendo impennare l’indice
dei tumori.
Il Comitato cittadino per la Salute e al Tutela dell’ambiente
si è mosso subito e bene organizzando proprio a Castel Giuliano
un’assemblea cittadina. Per la prima volta una dormiente Società
civile braccianese dà un segnale di stupenda vitalità.
I partiti politici se vorranno si accoderanno ma almeno questa volta
non prevaricheranno. È la linea comune del Comitato. E non
c’è destra o sinistra che tenga: la rabbia e la lotta
deve essere bipartisan. Per intanto Castel Giuliano è sul
piede di guerra e chiede una risposta chiara e coerente alla politica
locale e regionale. C’è da un po’ un’emergenza
regionale sui rifiuti che si scontra con un’emergenza dei
sentimenti collettivi, dove da una parte c’è l’antidoto
politico col Commissario straordinario che sovente riesce a passare
sopra al Tar e Consiglio di Stato, e dall’altra quello della
gente come soggetto rappresentativo con la lotta civile. Strano
a dirsi ma la vittoria fra i due dipende dalla forza d’impatto
sui media promossa dai secondi (Scansano e Aversa docet). E poi,
bisognerebbe condividere direttamente le scelte con la popolazione
interessata, ci sarebbero pure le leggi, ma questa sarebbe un’altra
Italia.
Per intanto ci teniamo un “Bel Paese” con oltre ai 45
milioni di tonnellate di rifiuti speciali prodotti nel 2000, quelli
controllabili, poi scopriamo che ne mancano all’appello 11
milioni (scomparsi nel nulla), pari ad una montagna di più
di mille metri d’altezza. Se esistesse ci sarebbe pure la
neve. Altro che agricoltura. Nel napoletano - tanto per fare un
esempio - in quello che ormai è definito il “triangolo
della monnezza” tra Quagliano, Giugliano e Villaricca, a 25
chilometri da Napoli, il fatturato dell’agricoltura di una
volta è stato trasformato in quello sulla diossina, sui fenoli
e sui metalli pesanti. Secondo la Asl di Giuliano i decessi per
cancro sono saliti di quattro punti dal 1994 al ’96 e le richieste
di esenzione dal ticket per malattie tumorali sono passati da 130
casi a 560 negli ultimi anni. La Società civile deve essere
a conoscenza di questi fatti: è un dovere morale da parte
delle istituzioni in una nazione dove il cittadino diventa sempre
più un “danno collaterale”.
Alfredo Di Stefano
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