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| L'acquedotto
Paolo - 1910 |
Da un po’ di tempo –sarà
pure un fatto maniacale – su un foglio di carta, annoto le
variazioni dei prezzi al pubblico delle produzioni agricole nei
vari periodi dell’anno. Poi li confronto con le borse agricole,
con le variazioni Istat (quando ci sono) e con quelle delle altre
organizzazioni statali e parastatali. Sono arrivato ad una conclusione:
il prezzo della zucchina (o zucchino per i linguisti più
raffinati) è come quello del petrolio. Come il prezzo del
barile e dei suo derivati non risente particolarmente delle variazioni
contestuali come le guerre (fatta eccezione per quella arabo-israeliana
del 1973), del grado di industrializzazione, e dell’avvio
al terziario dei grandi paesi consumatori, così il prezzo
dell’ortofrutta risente solo in minima parte delle variazioni
climatiche. L’evento meteorologico “straordinario”
è solo la cassa di risonanza per legalizzare l’ascesa
insensata dei prezzi.
C’è in questi giorni un’ondata di aumenti sui
banchi della verdura nei supermercati. “È colpa della
siccità: non piove e quindi bisogna pompare acqua, e acqua
non ce n’è abbastanza”, ci dicono i bene informati
delle organizzazioni agricole. Ed ecco che allora il meccanismo
si blocca: i prezzi di produzione salgono, nessuno li controlla,
anzi tutti ci speculano su, e chi ne fa le spese è proprio
chi fa la spesa. La colpa è sempre dell’acqua. In verità
le cose non stanno proprio così. Più del 50 per cento
del prodotto agricolo proviene dall’estero e di questo ce
ne accorgiamo quando troviamo sui banchi della verdura lo stesso
prodotto indipendentemente dal periodo di maturazione. Insomma:
il prodotto di stagione è solo un caro ricordo. O può
accadere, come di recente, che il prezzo delle ciliegie sia aumentato
del 60 per cento rispetto allo scorso anno. Ci dicono – sempre
i bene informati- per le piogge trasformate in gelo venute nel periodo
della fioritura. E noi ci crediamo; poi scopriamo che l’87
per cento delle ciliegie che mangiamo è di produzione estera,
e che arrivano da noi con un costo di produzione che è la
metà di quello nazionale e questo succede già da qualche
anno e non in annate “particolari” come questa.
“Affinché vi sia cibo occorre che vi sia acqua”
c’era scritto sulla nota introduttiva alle “Celebrazioni
ufficiali italiane per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione
2002”. Nulla di più vero! È risaputo che il
50 per cento del valore lordo della produzione agricola italiana
dipende dall’irrigazione e che i due terzi del valore delle
esportazioni è costituito dai prodotti che provengono dai
territori irrigati. Lo stress idrico italiano è causato da
sprechi locali e da inefficienze agricole. L’agricoltura usa
e talvolta spreca ben il 70 per cento delle risorse idriche disponibili.
Un mio amico, che fa l’ortolano, mi dice che la produzione
con questa temperatura cresce a vista d’occhio, basta avere
un po’ di acqua a disposizione. Vedo crescere di giorno in
giorno i campi di granturco (transgenici? ”Chi può
affermare il contrario ?” direbbe José Bové)
iperalimentati da una chimica di sintesi a duecento metri dal mare;
verdissimi per l’abbondante acqua somministrata. Il più
delle volte le pompe attingono acqua da fossi semiprosciugati –
come sempre nessuno pensa ai pesci – e la scaricano con potenti
getti sempre più in alto, così tanto che il 35 per
cento dell’acqua si disperde per la calura nell’aria
contribuendo allo spreco.
Amo così tanto le zucchine che le mangerei sempre; ma da
un bel po’ di tempo (da aprile?) devo stare attento a cucinarle
prima delle dieci di sera: dopo, non c’è più
acqua per la bollitura. Il comune di Bracciano ha deciso di togliere
l’acqua durante la notte. Scopriamo all’improvviso che
il paese che dà il nome al lago e che si fa portare via 100
l/s (250 tra Manziana e Vicarello) solo per alimentare giochi d’acqua
su una buona parte di fontane di Roma per mezzo dell’acquedotto
Traiano (poi Paolo), si trova ora in stato comatoso per la siccità
e che il regime di sudditanza con l’Acea, prosegue a gonfie
vele, “nostro malgrado” avrebbe detto Angela Zucconi.
Strano ma vero! Ricercare le colpe di questo stato di fatto che
sta assumendo proporzioni di danno sociale, è un’operazione
complicata: concorrono alla causa sia una mancata pianificazione,
negli anni passati, del problema demografico, sia la scarsa professionalità
sulla gestione dell’evento. È difficile parlare di
turismo in queste condizioni. I bene informati, dicono che tutto
dipende da un nuovo pozzo. “Il mio regno per un pozzo”
avrebbe detto un noto condottiero d’altri tempi. Noi diciamo:
“un pozzo per la credibilità”. In bocca al lupo
sindaco!
A.D.S.
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