la voce del lago
n. 16 - luglio 2003
UN POZZO PER LA CREDIBILITA'

Tante le bufale sulle avverse condizioni meteorologiche con le quali si tenta di giustificare l’indiscriminato aumento dei prezzi dei prodotti agricoli. Il paradosso siccità per la cittadina dai rubinetti a secco gravata ancora da servitù all’Acea che col lago disseta Roma

L'acquedotto Paolo - 1910

Da un po’ di tempo –sarà pure un fatto maniacale – su un foglio di carta, annoto le variazioni dei prezzi al pubblico delle produzioni agricole nei vari periodi dell’anno. Poi li confronto con le borse agricole, con le variazioni Istat (quando ci sono) e con quelle delle altre organizzazioni statali e parastatali. Sono arrivato ad una conclusione: il prezzo della zucchina (o zucchino per i linguisti più raffinati) è come quello del petrolio. Come il prezzo del barile e dei suo derivati non risente particolarmente delle variazioni contestuali come le guerre (fatta eccezione per quella arabo-israeliana del 1973), del grado di industrializzazione, e dell’avvio al terziario dei grandi paesi consumatori, così il prezzo dell’ortofrutta risente solo in minima parte delle variazioni climatiche. L’evento meteorologico “straordinario” è solo la cassa di risonanza per legalizzare l’ascesa insensata dei prezzi.
C’è in questi giorni un’ondata di aumenti sui banchi della verdura nei supermercati. “È colpa della siccità: non piove e quindi bisogna pompare acqua, e acqua non ce n’è abbastanza”, ci dicono i bene informati delle organizzazioni agricole. Ed ecco che allora il meccanismo si blocca: i prezzi di produzione salgono, nessuno li controlla, anzi tutti ci speculano su, e chi ne fa le spese è proprio chi fa la spesa. La colpa è sempre dell’acqua. In verità le cose non stanno proprio così. Più del 50 per cento del prodotto agricolo proviene dall’estero e di questo ce ne accorgiamo quando troviamo sui banchi della verdura lo stesso prodotto indipendentemente dal periodo di maturazione. Insomma: il prodotto di stagione è solo un caro ricordo. O può accadere, come di recente, che il prezzo delle ciliegie sia aumentato del 60 per cento rispetto allo scorso anno. Ci dicono – sempre i bene informati- per le piogge trasformate in gelo venute nel periodo della fioritura. E noi ci crediamo; poi scopriamo che l’87 per cento delle ciliegie che mangiamo è di produzione estera, e che arrivano da noi con un costo di produzione che è la metà di quello nazionale e questo succede già da qualche anno e non in annate “particolari” come questa.
“Affinché vi sia cibo occorre che vi sia acqua” c’era scritto sulla nota introduttiva alle “Celebrazioni ufficiali italiane per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2002”. Nulla di più vero! È risaputo che il 50 per cento del valore lordo della produzione agricola italiana dipende dall’irrigazione e che i due terzi del valore delle esportazioni è costituito dai prodotti che provengono dai territori irrigati. Lo stress idrico italiano è causato da sprechi locali e da inefficienze agricole. L’agricoltura usa e talvolta spreca ben il 70 per cento delle risorse idriche disponibili.
Un mio amico, che fa l’ortolano, mi dice che la produzione con questa temperatura cresce a vista d’occhio, basta avere un po’ di acqua a disposizione. Vedo crescere di giorno in giorno i campi di granturco (transgenici? ”Chi può affermare il contrario ?” direbbe José Bové) iperalimentati da una chimica di sintesi a duecento metri dal mare; verdissimi per l’abbondante acqua somministrata. Il più delle volte le pompe attingono acqua da fossi semiprosciugati – come sempre nessuno pensa ai pesci – e la scaricano con potenti getti sempre più in alto, così tanto che il 35 per cento dell’acqua si disperde per la calura nell’aria contribuendo allo spreco.
Amo così tanto le zucchine che le mangerei sempre; ma da un bel po’ di tempo (da aprile?) devo stare attento a cucinarle prima delle dieci di sera: dopo, non c’è più acqua per la bollitura. Il comune di Bracciano ha deciso di togliere l’acqua durante la notte. Scopriamo all’improvviso che il paese che dà il nome al lago e che si fa portare via 100 l/s (250 tra Manziana e Vicarello) solo per alimentare giochi d’acqua su una buona parte di fontane di Roma per mezzo dell’acquedotto Traiano (poi Paolo), si trova ora in stato comatoso per la siccità e che il regime di sudditanza con l’Acea, prosegue a gonfie vele, “nostro malgrado” avrebbe detto Angela Zucconi. Strano ma vero! Ricercare le colpe di questo stato di fatto che sta assumendo proporzioni di danno sociale, è un’operazione complicata: concorrono alla causa sia una mancata pianificazione, negli anni passati, del problema demografico, sia la scarsa professionalità sulla gestione dell’evento. È difficile parlare di turismo in queste condizioni. I bene informati, dicono che tutto dipende da un nuovo pozzo. “Il mio regno per un pozzo” avrebbe detto un noto condottiero d’altri tempi. Noi diciamo: “un pozzo per la credibilità”. In bocca al lupo sindaco!
A.D.S.

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