la voce del lago

n. 14 - maggio 2003

MANZIANA: LA VERA STORIA DEL TAGLIO DEI CERRI
Perizie alle mano si scopre che solo 33 alberi dei 75 abbattuti a Macchia Grande erano pericolanti. Legna del valore di 45mila euro svenduta dall’Università Agraria a soli 700 euro. Un mancato introito che penalizza tutti i cittadini-soci. A favore di chi?

Chissà se il Commissario Regionale dell’Università Agraria di Manziana, Michele Annese, insieme ai funzionari dell’Ente, dormiranno sonni tranquilli, ora che le ventisei querce di oltre 100 quintali di peso, veramente pericolanti sono state finalmente abbattute; o se i loro sonni saranno interrotti dal pensiero di altre monumentali piante del bosco di Macchia Grande di Manziana, che potranno ancora costituire un serio pericolo per la popolazione! Già, perché così stanno le cose. Ad una attenta lettura dei documenti riguardanti le autorizzazioni al taglio di cerri del bosco di Manziana, il numero di alberi veramente pericolanti era di 26 (più sette da tagliare entro sei mesi). Ma andiamo con ordine per analizzare se in questa faccenda ci possano essere delle contraddizioni che i cittadini di Manziana, tutti soci secondo statuto dell’Università Agraria, abbiano il diritto di conoscere. Questi gli antefatti: nella primavera del 2002, in seguito ad un forte vento, due alberi isolati cadono lungo la statale Braccianese. Il sindaco di Manziana, su cui ricade la responsabilità delle alberature lungo le strade all’interno del territorio comunale, nel luglio dello stesso anno ordina all’Università Agraria di abbattere le piante pericolanti di propria competenza. Il Coordinamento Provinciale delle Foreste di Roma, condiziona l’abbattimento degli alberi ad un accertamento da parte di un perito forestale o agronomo, che individui le piante destinate al taglio e l’Università Agraria incarica il dottore forestale Rocco Sgherzi della perizia. Sgherzi, della cui esperienza ed onestà professionale non abbiamo motivo di dubitare, analizza 75 piante per le quali riceve l’incarico e consegna una relazione, nel novembre 2002, all’Ente commissionante. In seguito alla relazione del professionista, l’Ente indice un’asta pubblica dove, considerata l’urgenza, dà 20 giorni di tempo per la presentazione delle offerte. Il prezzo base d’asta viene fissato in cinquecento euro, la pubblicazione è del 14 dicembre e la scadenza il 27 dello stesso mese. Il 28 dicembre vengono aperte le buste pervenute ed il taglio di 75 piante viene aggiudicato alla ditta Raffaele Brocco di Canale Monterano che ha offerto la somma di euro settecento. A prima vista sembra tutto in regola, ma ad un’attenta lettura dei documenti si scoprono alcune incongruenze. La prima riguarda la relazione tecnica. Scopriamo che delle 75 piante analizzate solo 33 erano irrimediabilmente danneggiate: 4 piante rappresentavano un rischio immediato ed andavano abbattute senza indugi (cat. D3), 22 piante sono soggette ad “abbattimenti indifferibili entro 2 mesi, non rappresentano rischio immediato anche se è bene programmare la loro sostituzione in tempi brevi” (cat. D2); 7 alberi sono dichiarati irrecuperabili ma “non rappresentano ancora gravi carenze sotto il profilo della sicurezza, per questo motivo si parla di abbattimenti programmabili” entro 6 mesi. Tutte le altre 42 piante (cat. C-D e cat. C2 e C3), pur essendo danneggiate, non presentano segni di pericolo e, dopo opportuni trattamenti, quali cimature, riduzione della chioma, vanno ricontrollati strumentalmente da 6 mesi a 3 anni a seconda della categoria di appartenenza. Premetto che le analisi effettuate non sono semplicemente effettuate a vista, ma con una strumentazione adatta che permette di saggiare le effettive possibilità di resistenza e di affidabilità degli alberi. Perché, nonostante il parere del tecnico, per il quale l’Università Agraria ha speso 4.800 euro, sono stati abbattuti anche alberi che non presentavano situazione di pericolo? Forse per evitare le spese di trattamento? Non conosco la situazione finanziaria dell’Ente ma mi dicono che non sia rosea. Sorge allora spontanea un’altra domanda esclusivamente derivante da un’analisi economica. L’Università Agraria di Manziana ha ceduto i diritti di taglio di questa porzione di bosco partendo da una base d’asta di 500 euro ed aggiudicata a 700 euro quando, secondo valori di mercato, poteva chiederne almeno undicimila. Il mancato introito dell’Ente pubblico, i cui soci sono tutti i residenti di Manziana consiste diecimilatrecento euro. Ponendo che tutta la legna fosse venduta dalla ditta che si è aggiudicata il taglio come semplice legna da ardere (e così non è a giudicare dalle misure dei tronchi portate via dai Tir che erano quelle di legna da segheria per uso industriale), il valore di mercato, considerando il prezzo più basso ed un peso minimo delle querce di 100 quintali l’una, risulta essere di quarantacinquemila euro. Un ottimo affare per la ditta di Canale che ne ha pagati solo settecento. Se non fossimo sospettosi, e non lo siamo, verrebbe da pensare che qualcuno abbia lucrato su questo affare. Aggiungiamo inoltre che i soci dell’Università Agraria non hanno potuto beneficiare assolutamente della legna e, chi ne ha bisogno, sarà costretto a comprare la legna da ardere al solito presso di 12 - 15 euro al quintale. Credo quindi che il Commissario ed i Funzionari dell’Ente debbano dare delle serie risposte ai soci: anzitutto sul modo con cui amministrano beni e proprietà collettive, i benefici dei quali appartengono all’intera comunità. Poi dovranno spiegare perché un bene pubblico che ha un valore comune molto più elevato del puro e semplice valore economico, in termini di orgoglio della cittadinanza, di paesaggio, di natura, di fruizione pubblica, come è rappresentato dal bosco di Macchia Grande, viene mercificato indipendentemente dal parere dei tecnici chiamati a pagati appositamente. Un’ultima osservazione sembra doverosa: da anni il bosco è abbandonato a se stesso nonostante, e l’ultima perizia ne è testimonianza, la situazione fitosanitaria sia precaria: pascolo non regolamentato che distrugge la rinnovazione, turismo indiscriminato, nessun controllo da parte dei gestori sul traffico delle auto. In queste condizioni, senza un’attenta gestione forestale, con dei tagli e delle cure mirate, il degrado la farà da padrone; già tecnici a cui è stato richiesto il parere in via informale hanno consigliato, se non il rimpiazzo delle piante tagliate, almeno la recinzione dell’area oggetto di intervento, per evitare che il bestiame e l’eccessivo calpestio delle persone rovinino le giovani piante che cresceranno. Vale la pena di ricordare che quando lo scorso anno la Regione Lazio prospettò l’ipotesi che il bosco di Macchia Grande venisse incorporato nel perimetro del Parco di Bracciano e Martignano, ci fu l’alzata di scudi del Comune e dell’Università Agraria con la motivazione che il Parco non avrebbe tutelato adeguatamente il bosco laddove loro erano perfettamente in grado di farlo. Fino ad ora non abbiamo avuto testimonianza di tale impegno. Speriamo che in futuro sia adeguato all’importanza ed alla bellezza bosco stesso.
Maurizio Morelli

UN DEPURATORE PER 90.000 ABITANTI

Ed il lago continua ad alimentare le fontane del Vaticano. Parola di Acea

Parlare di “sorella acqua” in questo territorio significa soprattutto parlare di salvaguardia dell’acqua del lago. I dati sulla balneazione dell’ultimo periodo sono confortanti (se si non si considerano le deroghe per l’eccesso di ossicino). Un risultato che si sta raggiungendo attraverso passi successivi che vanno dal divieto di navigazione per le barche a motore, alla realizzazione dell’anello fognario circumlacuale e del depuratore Cobis, al divieto per gli agricoltori di utilizzare sostanze inquinanti per i loro campi. Un processo che vede l’Acea in una “posizione dominante” rispetto ai Comuni che subiscono da decenni una sorta di “servitù” in cambio praticamente di nulla se non qualche rara sponsorizzazione di convegni e eventi vari. Il lago è oggi riserva idrica d’emergenza per Roma e il depuratore, nato solo per i comuni rivieraschi, negli anni ha servito anche la popolosa zona di Cesano. Proprio all’Acea abbiamo inviato alcuni quesiti ai quali ci ha dato risposta l’ufficio stampa.
Sono in corso i lavori per il raddoppio del Cobis. Quanto termineranno e quali saranno i comuni serviti?
Al Cobis dell’Acea a Cesano sarà potenziato lo smaltimento dei liquami. L’impianto, al quale confluiscono le acque reflue prodotti nei comuni di Bracciano, Anguillara, Manziana, Oriolo e Trevignano e del XX Municipio di Roma, passerà così dalla portata di 140/150 a 200 litri al secondo per 90.000 abitanti. L’intervento, finanziato dal Comune di Roma e dalla Regione Lazio, è costato 10 miliardi di lire e prevede anche il trattamento delle cosiddette “prime piogge” per oltre 600 litri al secondo. In periodi piovosi, infatti, anche a causa del mancato completamento delle condotte per le acque chiare, il depuratore scoppiava. Assieme a questi lavori che termineranno nel giugno 2003 si sta intervenendo anche al miglioramento dell’anello fognario che circonda tutto il lago di Bracciano. Si tratta di interventi che si inseriscono nelle strategie di protezione delle acque del lago, riserva idrica di emergenza per la capitale.
Quali sono le caratteristiche del nuovo acquedotto del lago di Bracciano e che genere di prelevamenti avete finora fatto?
Il nuovo acquedotto di Bracciano, ampliato di recente, è costituito da due linee di trattamento dotate ciascuna di una portata massima di 1.600 litri al secondo. La struttura è inoltre predisposta per ulteriori tre linee della stessa portata. Ogni linea è stata suddivisa in due sub linee da 800 litri al secondo ciascuna con l’obiettivo di assicurare la massima flessibilità operativa. L’impianto, considerata la sua prevalente funzione di emergenza, è stato progettato per garantire con un processo rapido ed efficiente, una qualità ottimale dell’acqua per uso potabile. Una riserva che comunque viene utilizzata solamente in sporadiche occasioni, ad esempio nel periodo estivo, per non più di due settimane tra giugno e luglio. In queste rare occasioni vengono comunque utilizzati non più di 300/500 litri al secondo su un totale di 3.200 litri al secondo. Per quanto riguarda invece l’acqua non potabile, l’impianto di Bracciano ha un’immissione in rete di 500 litri al secondo, di cui 250 litri vengono utilizzati dal Vaticano e gli altri 250 dal Comune di Roma. In questi due casi l’acqua viene utilizzata per alimentare le fontane e per l’irrigazione dei giardini.
G.V.

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