Di Alfredo Di Stefano – Se andate a Pisciarelli non dimenticate di visitare una fra Ie dislocazioni artistiche più riuscite dell’estate culturale del Lago & Dintorni. L’autore dell’opera dadaista con venature squisitamente surrealiste e sconosciuto. Del resto nella Storia dell’arte molti autori non sono noti.
II titolo lo abbiamo dato noi. Ci perdoni il “provvidenziale” Manzoni al quale abbiamo parafrasato il titolo della sua nota opera del 1740: La storia della colonna infame.
Nell’opera milanese compaiono untori, giudici e appestati. Anche nella nostra Storia ci sono untori moderni, Istituzioni disattente, territori oggetto di una nuova peste: Ie discariche (abusive e non). E ci perdoni il lettore schifitoso della materia che andiamo trattando.
Siamo convinti che non ci sarebbe potuto essere posto più rappresentativo di Pisciarelli per la dislocazione dell’opera. Una volta ridente borgo a due passi da Bracciano e ad un tiro di schioppo da Manziana, oggi simbolo di malgoverno delle amministrazioni comunali braccianesi succedutesi negli ultimi anni che, fra quei boschi e quelle assolate vallette, hanno permesso la radicazione del cemento e il conseguente sradicamento dell’identità.
II cesso e stato posto li, fra la natura dei castagni sapientemente piantati nella metà del 700, in un crocevia di strade che invitano ad ossigenate passeggiate, percorse negli anni da affaticati contadini e fungaroli soddisfatti. Lì e la Storia.
L’opera in ceramica e contornata da oggetti-simbolo della nuova modernità; lattine e plastica trasparente, colorata come rappresentazione del consumismo più invasivo (“beni superflui” li chiamava Pasolini).
Di lato c’e quello che resta di una fatiscente recinzione che rappresenta I’invalicabilità del privato reso pubblico. La stessa opera sta a suggerirci storie diverse.
Ci fa fantasticare su carnosi glutei sui quali il bordo dell’oggetto artistico si e momentaneamente modellato. Oppure sulla fisiologicità naturale del ritorno all’origine, cioè la filiera corta della macchina umana, anzi cortissima: introduzione/Iavorazione-distribuzione/espulsione. San Procopio ne e il fondatore; serviva (e serve) per aiutare la meditazione spirituale e la riflessione filosofica.
Da luogo-oggetto adatto alla meditazione a oggetto di aromaterapia. E poi a oggetto artistico come I’orinatoio di Duchamp del 1917 che provò a ricondurre il soggetto/oggetto alla sua funzione di produttore di sapere. Una rottura epistemologica con la tradizione artistica occidentale, dove la “Cosa d’arte” rappresenta la Cosa reale, che per essere arte ha bisogno della sguardo dell’Altro che ne e il fruitore.
E come per Duchamp il nostro cesso per definirsi arte ha bisogno di uno spazio che lo qualifichi come tale. Fuori da questo spazio non sarebbe che un volgare cesso. Solo a questo punto il visitatore può riversare il suo sguardo all’oggetto per niente artistico in se stesso (non rappresentativo del termine classico), ed è costretto a compiere lo sforzo provando a dargli un senso. E a questo punto che il fruitore entra nel processo creativo; diventa se stesso artista ed in qualche modo lo ricrea (sperando che non lo riusi).
E siamo convinti che I’autore della dislocazione artistica conosca la Storia dell’arte, anzi: è già entrato in contatto con altri artisti campestri che dislocano quest’arte moderna e al tempo stesso contemporanea, ormai resa immortale, in luoghi incontaminati e sconosciuti per una libera ricerca, fruizione e filosofica decantazione di noi comuni e ignoranti mortali. E sembra pure dirci: “tirate la catena prima di andare!”.
