Di Alfredo Di Stefano
Per me sta diventando un’ossessione maniacale, ma non preoccupatevi non sono arrivato ancora alla pazzia. Certi giorni varco ogni supermercato ogni frutteria che incontro nel mio cammino e spavaldamente entro taccuino in mano a confrontare i prezzi, poi non compro nulla. Può diventare uno sport, fatelo! E poi ti arricchisce la consapevolezza che nessuno ti tutela e ti affina il senso critico verso un certo tipo di Stato (il barbuto Marx mi darebbe ragione). Certo che non ho il ruolo sociale (neanche più il fisique du rôle, ormai in decadenza) dell’Angelo vendicatore, ma è che, semplicemente, non ritengo giusto che in uno Stato democratizzato (ma altamente senza controllo) si possa impunemente fregare il prossimo, soprattutto se il prossimo è la vecchietta da pensione minima, o la giovane laureata ormai ex co-co-co di un call center, o tanto meno uno della schiera dei nuovi disoccupati ultraquarantenni con famiglia a carico.
La Federconsumatori spesso ci dà una mano in questa interminabile battaglia. Ho letto, ultimamente, delle pubblicità (ingannevoli) del tipo che, in una nota catena di supermercati ti davano le arance a 0,90 euro il chilo. A Viterbo, ho verificato: sono entrato ed ho chiesto le arance. “Sono finite, del resto era un quantitativo limitato”, mi dice la commessa; in cambio ci sono quelle ad un euro. Così è per i limoni, dati (in pubblicità) a 1 euro, ma in effetti stanno al banco a 1 euro e 46 centesimi. Per non parlare delle mele.
L’Ismea, che tiene sotto controllo i prodotti agricoli, ci dice che i margini di guadagno dei grossisti (dediti al bagarinaggio) sono molto più alti di quelli incassati dai negozianti. Le arance nel passaggio di filiera (produzione-ingrosso-dettaglio) arrivano nella nostra busta di plastica con un aumento del 300% , i limoni con un bel 420% . Dal 2001 al 2003 abbiamo comperato meno frutta fresca, ci dicono quelli delle rilevazioni ortofrutticole, e nel contempo sono aumentate le quote di valore di mercato. In pratica: abbiamo speso di più per mangiare di meno. Dicono quelli del governo che è colpa dell’euro, ma gli stessi sanno benissimo che se non ci fosse stato l’euro oggi andremmo in giro con le toppe al culo. E provino loro, oggi che governano, a rimediare ai buchi che in due anni e poco più di governo hanno creato nei fatti sociali della società civile incollandoci sopra le (loro) teorie-toppe tramontiane, visto che sempre di più ormai alimentano il “disincantamento” italiano delle (loro) promesse sul benessere (Altri tempi quando ne parlava il pragmatico Max Weber).
Povera famiglia, disgregata sotto il peso della probabile povertà. Sociologi, psicologi, perfino antropologi, oggi s’interrogano sui figli che non se ne vanno più dai genitori, attaccati ad una gonna ormai stiracchiata di una madre nazional-popolare. Ma dove vanno? Con 750 euro al mese è difficile pagarsi affitto, gas e acqua, ammesso che a pranzo si mangi aria.
C’è chi dice che fra ricchi e poveri ormai c’è un insanabile vuoto: il ceto medio. Ricevetti un rimbrotto dal professor Sylos Labini, quando nella mia prima università, paragonai il ceto medio ad una classe; ma da marxista convinto, per me rimane ancora una classe, una ormai povera classe sociale. Ma capisco che in un mondo basato sul liberismo e individualismo ad ogni costo non c’è via di mezzo: o poveri o ricchi; o brutti o belli (ma sono sempre i belli e ricchi gli stereotipi iconici, quelli televisivi); o destra o sinistra, (ma questa è un’altra storia). E poi fate i figli lo Stato vi dà pure qualche spicciolo, allargate la famiglia, consumate, dice il nostro premier. Lo deve andare a dire a Terni fra gli oltre mille operai delle acciaierie che chiudono, ai precari di una scuola riformata, a quelle migliaia di persone squisitamente italiane che giornalmente si rivolgono alla Caritas. Poi c’è la Confindustria, quella dei ricchi, quella delle famiglie capitaliste, quella che getta scompiglio e che si lamenta sempre. Nell’ultima litania ci dice che il Pil europeo sarà in calo del 2% nel 2006, e se la Banca centrale europea non attuerà interventi decisivi sono a rischio un milione e 500 mila posti di lavoro per cui l’unico antidoto è globalizzare, aprire fabbriche fuori, in Africa, America latina, dove la manodopera non costa nulla e pretende poco, soprattutto non conosce diritti sindacali. Non è come da noi che ormai nei posti di lavoro si sono inventati pure un inglesismo: mobbing.
Attenzione è una malattia, una triste malattia che si può prendere sul posto di lavoro. C’è da sempre, ma oggi con i nuovi lavori sembra rigenerata. Ti entra dentro come un virus, si manifesta con forme di persecuzione psicologica a cui possono essere sottoposti tutti i lavoratori.
Lo scopo di questa pratica virulenta è quello di rendere intollerabile al lavoratore la prosecuzione del rapporto di lavoro, inducendolo a dimettersi o a farsi licenziare. I portatori sani (che non s’ammalano) sono i superiori o i datori di lavoro, a volte pure i colleghi, Una volta stavo per esserne colpito, li ho mandati a quel paese. Sono rinato.
Nel mondo del lavoro c’è una nuova parola: flessibilità che vuol dire che sei entrato in una selezione naturale di lavoratori disponibili a esigenze di snellimento vincolistico delle assunzioni e di mobilità territoriale, e poi che, se ti cacciano via, ti prendi la partita iva e t’inventi un altro lavoro. A volte funziona ma quasi sempre cadi in depressione e poi in povertà che ne è la libera conseguenza.
Ve la ricordate la Scala mobile, si proprio quel meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni al maggior “costo della vita” che andava avanti in Italia così bene dal 45. Nel ’90 la scala ce l’hanno rotta. Aridatecela!
