Archivio storico de "La Voce del Lago".

“A come acqua”

Posted by on 26 ott 2011 in "Penne Caustiche" | 1 comment

“A come acqua”

Di Alfredo Di Stefano
Tutte le acque superficiali e sotterranee ancorché non estratte dal sottosuolo sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.Qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative ed i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale.L.5 gennaio 1994, n 36

L’acqua nel sociale
Ho visto il Lago “risorgere” dopo le ultime piogge. Così come l’erba, verdissima, stacca la monocromia funerea del bruciato.Bene! “L’acqua è vita”, dicevano i saggi rappresentanti del mondo contadino. L’oggetto acqua è nel nostro immaginario uno stato di fatto, un’abitudine consolidata. C’è perché c’è. Il soggetto acqua è irrazionale: non si lascia ridurre entro schemi. Imprevedibile nel lungo tempo. Cade dal cielo; è un fatto miracoloso. Come la manna è servita per nutrire gli ebrei durante i quarant’anni della loro peregrinazione nel deserto, così l’acqua è fondamentale nell’evoluzione darwiniana e soprattutto ecologica dove l’uomo è parte della comunità biotica. A volte l’acqua non c’è. Capita! Non c’è in cielo (non ci sono nuvole), quindi non cade e di conseguenza non bagna, non penetra, non ruscella, non riempie, figuriamoci se tracima. Una mattina nell’atto di prepararti il caffè ti accorgi che l’azione meccanica della mano sul rubinetto non scaturisce l’effetto desiderato. È un dramma poi, quando ti accorgi che l’indomani è come il giorno precedente. Ritorna in grassetto un lemma, che pensavamo cancellato dal dizionario della memoria: “razionamento”. Entrano in gioco rapporti circostanziali fra economia, politica e sistema sociale con pre-requisiti funzionali della società in uno schema che, come l’avrebbe visto il sociologo Parsons, arriva fino alla cultura (scientifica, di massa, filosofica, comunicazionale, etica e perfino religiosa) per poi intaccare pure le “relazioni sociali primarie” care ad Habermas. O ancora, continuando a ragionare in grande, non possiamo non disturbare uno dei più grandi sociologi contemporanei: il tedesco Ulrich Beck che evidentemente riceve un contagio letterario da Herder, Schiller, Goethe, quando tenta di risolvere le problematiche ecologiche globali, riesumando un sostantivo storicamente infelice e millenario: “cosmopolitivismo”, contro un certo nazionalismo metodologico che manda in crisi gli stabilizzatori dell’ordine nazionale-internazionale. Senza volerlo ci troviamo nel bel mezzo di un problema epistemologico. E tutto questo bordello perché quest’anno è mancata un po’ d’acqua; perché i miei gerani si sono seccati; perché mi sono fatto qualche doccia di meno; perché nuotando al lago ho battuto un piede su un sasso che prima era coperto da un metro d’acqua? Certamente che no!Sto cominciando, con gradazione, ad entrare in un concetto di “disagio per mancanza”, anche perché non mi fido dei miei amministratori (in senso lato, beninteso!) già da oggi, figuriamoci nel futuro più prossimo. L’acqua e la sua mancanza, prima di essere un fenomeno di disagio sociale, esprime bisogni individuali ed “egoistici” che attengono alla sfera del sé; dove nel problema può entrare in gioco da una parte pure la disorganizzazione sociale come fenomeno della crisi ambientale e dall’altra la “qualità della vita” collegata al benessere economico (se c’è!).

“Sembrerà paradossale – ci fa sapere Fulvio Beato – ma l’equilibrio tra ambiente e società umana non è mai esistito, in quanto l’azione dell’uomo ha portato, nei sistemi naturali, mutamenti ininterrotti. L’uomo in società ha sempre messo in atto azioni modificatrici nei confronti della natura (suolo, aria, acqua, ecosistemi)”. In pratica: se in certe zone l’acqua manca è perché l’azione dell’uomo negli anni ha contribuito ad un costante impoverimento delle fonti rinnovabili. Se poi ci si mette pure il Padreterno la frittata è fatta.

Il Lago e la comunità depredata

Nel territorio del lago di Bracciano il fenomeno dell’impoverimento del rinnovabile è antico. La vicinanza con Roma nella storia ci ha sempre fatto sentire in uno stato di subordinazione continuativa in tutto, figuriamoci sull’acqua. Sui prelievi operati dal lago c’è una documentazione dettagliata fino al 1963. Dai dati storici emerge che l’acquedotto Traiano deriva dalla sorgente dell’Acqua Praecilia e dalle captazioni nella tenuta di Vicarello in circa 250 l/s che veniva sottratta all’alimentazione del lago. Si prevede che la portata sia nettamente diminuita in seguito della costruzione di nuovi campi pozzi sia nel comune di Bracciano che in quello di Manziana. Nel XVII secolo, l’acquedotto Traiano, risistemato, prese il nome di Acquedotto Paolo. È in quest’epoca che oltre alle sorgenti furono captate anche le acque dell’emissario del lago: l’Arrone, che venivano utilizzate per alimentare i mulini, i giardini e le fontane di Roma. La nostra acqua si santifica quando zampilla dalle fontane di Piazza S. Pietro; sgorga in versi in quella dedicata a G. Gioachino Belli; era popolana a Campo de’ Fiori. Le portate medie derivate dall’acquedotto Paolo erano di 700 l/s corrispondenti alle tracimazioni del lago nell’Arrone prima delle costruzioni di opera di derivazione. Oggi? Qualcuno preposto, Parco compreso, lo chieda all’Acea.

Qualche dato non fa mai male.

L’idrologia dell’area Sabatina negli ultimi 30 anni è stata oggetto di studio da parte di molti autori: Baldi 1974; Caponesci e Lombardi, 1969; Lombardi e Giannotti, 1969. Tutti questi studi avevano un contenuto puramente descrittivo: illustravano le linee essenziali dell’idrogeologia regionale, ma nessuno perveniva a valutazioni attendibili sull’entità delle risorse idriche disponibili, ma soprattutto non era considerano il flusso di base dei corsi d’acqua come emergenza di acque sotterranee. Tutti erano comunque concordi nell’affermare che il lago di Bracciano è prevalentemente alimentato da acque sotterranee. Poi ci sono stati studi importanti: Ambrosoli, 1984 e poi quelli del professor Boni del 1986, poi nel 1988 ed infine nel 1992, eseguiti da ricercatori dell’Università di Roma “la Sapienza”. Gli studi per la prima volta arrivano ad una valutazione delle risorse idriche disponibili basandosi sui metodi dell’idrogeologia quantitativa dove l’entità delle risorse idriche sotterranee rinnovabili veniva misurata valutando l’acqua che emerge dal lago e dei corsi perenni. In pratica: una volta conosciuta l’entità del flusso di base, dove le acque sotterranee emergono dal suo alveo e del ruscellamento, si riescono a calcolare le risorse idriche sotterranee rinnovabili. Dagli studi emerge che: sulle rocce vulcaniche intorno al lago di Bracciano il ruscellamento si esaurisce completamente dopo circa una settimana dall’ultima pioggia, dopo di che, dopo pochi giorni, l’intera portata dei corsi d’acqua è alimentata solo dalle acque sotterranee. Altri studi nella zona ci indicano che la portata del processo di ruscellamento è pari circa al 10% delle precipitazioni e al 30% del flusso di base. Nel bacino del lago, per una superficie comprendente di 547 Km quadrati, è stato calcolato un flusso di base medio di 5,7 m3 / s, per un’infiltrazione di 325 mm/ anno, di molto inferiore rispetto ad altri settori dell’unità idrogeologica Sabatina ( Rio Fratta, Treia, Mignone).

Ne deriva che,

Per avere un quadro d’insieme dobbiamo guardare alle esagerate urbanizzazioni delle campagne di tutto il bacino, che va dal lago di Vico passando per Bassano, Sutri, Cesano, fino a lambire il Tevere, dove l’85 % delle costruzioni rurali e non sono ormai fornite di un pozzo che, pescando secondo zone dai 60 ai 150 metri, impoveriscono le acque sotterranee. Ci vorrebbero delle leggi speciali. Bisognerebbe tenerne conto nelle varianti ai Prg. In certi posti, se l’acqua non c’è, non si costruisce. Pensateci. E poi basta con l’impermealizzazione del bacino imbrifero con catrame e cemento; il lago ha bisogno della nostra nuda e perfetta terra vulcanica che permettere un’ottima penetrabilità all’acqua di scolo verso il sottosuolo. Mi hanno parlato di un’assurda variante al Prg di Trevignano dove altri metricubi si vorrebbero edificare in un territorio comunale di appena 3.000 ettari. “E no, e no, e no!”, direbbe la coppia nazional-popolare Jachetti-Greggio. E no caro sindaco, forse questa volta un sacco di gente non è dalla tua parte. E visto che siamo in argomento – ti dico – che non mi sei piaciuto neppure quando, in un pubblico convegno sulle acque (un brutto convegno peraltro) di qualche mese fa al cinema Palma del tuo paese, hai affermato: “La fine dell’agricoltura trevignanese è dovuta all’impossibilità di utilizzare il bromuro di metile sui terreni”. Allora devi sapere, che il bromuro di metile, dal D.P.R. 3 agosto 1968, n.1255, nella parte relativa alle indicazioni specifiche per le singole classi di rischio, è contrassegnato da un bel teschio nero su ossa incrociate. Il tutto in un riquadro rettangolare giallo-arancio sul quale spicca – ad onor (e rigor) di legge – in caratteri neri ben visibili ed indelebili la parola ‘veleno’; “natura del rischio: intossicazione mortale per inalazione, per ingestione, per contatto con la pelle” (Una cosa da niente!). Ho assistito la fine di una persona che ha lavorato con me qualche anno fa. Era ridotto veramente male dai danni provocati dalla chimica irrorata per anni sulle produzioni agricole. Anni bui, quando la massimizzazione del profitto passava sopra la vita della gente. E volendo, altri esempi locali non mancano. La storia sui divieti dei veleni, o meglio, sui limiti d’impiego: quella sul Ddt è del ’70, ha il suo massimo vigore dal 1978 al ’90, quando sono state fatte una serie di leggi nazionali e poi regionali (purtroppo tardive) sia sulla salute umana che in materia di tutela delle acque, che hanno messo in parte fuorigioco un sistema economico e politico dominato per anni dalle multinazionali della chimica. Dal 1990 ad oggi in Italia il consumo di pesticidi è diminuito di circa il 25%. Ora siamo un po’ più sicuri. Una buona produzione di pomidori non merita mai la perdita di vite umane. La verità sulla fine dell’agricoltura travignanese è dovuta per buona parte alla vendita di territori agricoli prima della nascita del Parco (1999) per costruzioni; e solo in minima parte, come nel resto d’Italia, ad una crisi generazionale del settore, aggravata da una politica agricola poco lungimirante. Oggi si è nel mezzo di una normativa europea basata sulla riduzione dell’assistenza ai prezzi agricoli, dove e per fortuna, il sostegno all’agricoltura dovrà essere sempre più legato alle sue funzioni ambientali e sociali insieme al ruolo di tutela del paesaggio e salvaguardia delle comunità locali. Ma è difficile fare agricoltura sopra i tetti delle case.

Ambiente, politiche e terzo settore

Da quando un signore tedesco, il biologo E. Haeckel, alla fine dell’800, ha dato le origini alla “scienza dell’ambiente” coniando pure il termine “ecologia” troppa acqua è passata sotto ponti scalcinati sui quali l’associazionismo ambientalista ha visto non solo galleggiare i cadaveri oscuri di Severo del’76 e quelli certi e mediatici di Chernobyl (1986), ma anche le zattere instabili del disagio sociale dovuto a fatti locali ambientali. Da allora si è sviluppata una ricca letteratura sulle mobilitazioni in difesa dell’ambiente suffragata sempre più dai risultati della comunità scientifica. La percezione dei problemi (acqua e sfruttamento delle risorse, urbanizzazione selvaggia, ed altri fattori legati al finto benessere), insieme ad ampio mutamento sociale, sono entrati a far parte una visione totale del vivere di ogni persona secondo un concetto squisitamente durkheimiano: le condizioni sociali sono la causa di problematiche rilevanti (lui le analizza nel suicidio) che variano in ragione inversa al grado d’integrazione dei gruppi sociali dell’individuo. È a partire dalla complessità del post-industriale che l’ambiente fa il suo ingresso dalla porta principale. Con i macro-fenomeni c’è un’insieme di bisogni locali, legati al territorio di appartenenza sopraffatti da politiche compromissorie, familiari, che legano le fortune dei piccoli gruppi di potere.

Se pensiamo alla politica ci viene in mente un mondo “machiavellico” dove coraggio ma anche prudenza, furberia, inganno, non sono altro che la considerazione delle altre persone (o stato che sia) come possibili strumenti per il raggiungimento dei propri fili. Sono a tutti visibili gli esempi contemporanei. Per i meno avvezzi alle “teorie dei sistemi” politici si potrebbe tracciare una storia che va da Kant passando per la “dialettica” marxista che in parte e sotto altre vesti ritroviamo nella teoria della “sinistra” contemporanea postadorniana del già citato Habermas o del maggiore ripensatore marxista, il francese Jacques Bidet. Dall’altra parte è d’obbligo indicare la scuola di Harvard con il liberale John Rawls e la posizione libertaria di Nozick. È da un po’ che mi è sorto un dubbio: Ma perché ci vogliono i “sistemi” che con la loro compiutezza potrebbero imporsi alla realtà delle cose e generare tentativi autoritari se non anche totalitari?- (Anche qui gli esempi globali non mancano). Eppure i sistema liberal-popperiano sulla “società aperta” spiegato da Hayek è accettabile. La risposta è: “Sì, ma…” dove il “ma”(però) prevale. Secondo il mio (e non solo mio) parere bisogna ripartire dal basso: dal territorio; occuparci di proteggere, conservare ciò che ci è rimasto attraverso una forte necessità relazionale, collettiva che varchi le frontiere poste dalla politica partitica fatta di lacci e laccioli sui quali è facile accalappiarsi. Questa nuova concezione è rappresentata dal “terzo settore” che oggi, per fortuna, è una realtà studiata che finalmente muovere attenzioni. La nuova “altra via” per quelli che non vogliono una poltrona ma si accontentano di uno strapuntino, dove il “ci siamo e quindi contiamo” si colloca nell’alternativa tra stato e mercato, e muove da interessi anche individuali. Secondo i dati Istat/2000, in Italia erano almeno 9.300.000 le persone iscritte almeno ad un’associazione fra civile e sociale che attraverso forme diverse di impresa muovevano un fatturato di 75.000 miliardi. Oggi secondo altre fonti demoscopiche c’è un’accelerazione intorno ai 13 milioni.

“La crisi della cultura deterministica anche in politica e la fine dei blocchi mondiali hanno liberato le persone dai vincoli ideologici e dalle appartenenze, ma anche dalle loro identità”, scrive Paola Barachetti Atti del VI Congresso Legambiente Lombardia, che continuando afferma “Nel corso degli ultimi dieci anni la partecipazione ad organizzazioni tradizionalmente intese quali quelle politiche, partitiche o sindacali si è ridotta di oltre la metà. (…) Siamo ad un “passaggio d’epoca” segnato da ideologie contrapposte, cementate da uno stesso modello economico di sviluppo; si sono aperti scenari che rendono molto complesse le relazioni sociali ed economiche e le stesse relazioni tra le persone”.

È chiaro che siamo pure nel bel mezzo di una crisi di rappresentanza politica e partitica, dalla quale sono sorti “spazi” riempiti da realtà volontaristiche dove l’ambiente come realtà sociale dovrà essere il principale scopo personale e sociale.

E nel nostro piccolo?
La situazione, la nostra (quella della comunità lacuale), fino a poco fa, rassomigliava sempre più al lago: stagnante. Stesse problematiche e stessa acqua cheta che come il lago trattiene nel fondo il fermento. Controstrategia: increspare il lago, far emergere il nascosto, e qualcosa sta venendo a galla. La magistratura da qualche tempo si sta occupando di problematiche edificatorie, occhi sempre più numerosi non perdono di vista gli ultimi colpi di coda di una generazione di politici stantii ancorati ai posti di comando di una barca che comincia a fare acqua (e se ne sono accorti). E nuovi politici timidamente si affacciano da dietro le quinte della ribalta di una vecchia commedia che prima d’iniziare già gli sta sfuggendo di mano. E intanto le cose non vanno. Continuano a non andare. Le scadenze elettorali sono alle porte per un paio di comuni inumiditi dal lago. Fra un po’ verranno ritirati fuori dalla naftalina i “programmi” di sempre: scuola, lavoro, turismo e ripristino ambientale (c’è sempre, fateci caso!). Questa volta speriamo che fra i programmi fattibili (gli altri sono solo propaganda) ci sia pure un bel “Consorzio di tutela del lago” attuato dagli stessi sindaci del lago, altrimenti saranno le locali associazione a confezionargli su misura un Ctdpl (Consorzio di tutela dai politici locali) Siatene certi!

One Comment

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  1. ivano

    articolo davvero interessante ed illuminante.

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