Di Settimio Cecconi.
Salvare il salvabile davanti alla marcia della liberissima impresa. Elaborare idee, pensieri, paradigmi che allo stesso tempo propongano un modo diverso di vivere e di far vivere un territorio
Nell’attuale situazione politica italiana caratterizzata da grande confusione e allo stesso tempo da grande stanchezza, la questione ambientale si è ritagliata uno spazio metafisico. A parte qualche ritardatario cronico che ancora si rifiuta di accettare i dati, non più le ipotesi, sul riscaldamento globale e sulle sue conseguenze, non vi è uomo politico dai livelli più bassi delle amministrazioni locali ai dirigenti dei governi che non abbia nel proprio vocabolario pubblico le parolesviluppo sostenibile, ecocompatibilità e via verdeggiando. Il problema è che quasi sempre si tratta di un imbellettamento che maschera le solite vecchie cattive pratiche in tutti i settori in cui l’avvio di nuove politiche è improrogabile, dalla pianificazione urbanistica alla raccolta dei rifiuti, dal risparmio energetico alla gestione dell’acqua e degli altri beni comuni. Ora è vero che le tecniche retoriche del convincimento operate dai politici non sono granchè cambiate dai tempi dei sofisti greci ma la distanza tra il loro dire retorico e il fare pratico è ormai talmente grande che anche tra i cittadini più ingenui prende sempre più piede un disinteresse nei confronti della cosa pubblica che può arrivare fino al disgusto nei confronti di chi li amministra. Il nostro territorio costituisce un osservatorio privilegiato per analizzare le forme contemporanee di questa malattia della democrazia, del divario sempre crescente tra la necessità di operare scelte radicali, anche dolorose rispetto al passato e la politica del giorno per giorno fondata sugli inossidabili affari dell’edilizia e dei suoi corifei. In questo periodo, e parliamo di un’oggi quantificabile in un lustro, stanno cambiando i connotati dell’agro sabatino in maniera invasiva, con la saturazione degli spazi sempre più ristretti della campagna, che si sta riducendo a riserva indiana, lo svanire della presenza agricola, la crisi degli ambienti naturali legata alla siccità e al prelievo ormai insostenibile delle acque di falda e di quelle del Lago e ad un consumo di suolo non compatibile non con un’area naturale protetta ma con qualunque contesto territoriale vivibile con dignità.
Per fare solo un breve excursus nei Comuni sabatini negli ultimi due anni, a Bracciano le lottizzazioni hanno riempito e continuano a riempire di cemento il crinale idrografico ed i pendii verso il bacino lacustre, rendendo un piccolo borgo come Pisciarelli una sorta di reliquia in un nuovo contesto urbanistico fatto di volgarissime cubature; snaturato la campagna di Castelgiuliano, aggredito la quinta scenografica tra la circumlacuale e la Settevene Palo e il tutto con un’edilizia di infima qualità, sulla falsariga di quel vero e proprio modello di devastazione paesaggistica del bel Paese oggetto di una recentissima mostra al Maxxi di Roma. Né le cose vanno meglio negli altri Comuni. A Manziana, cubature con tufetti e murature finto rustico hanno ormai cinto il sofferentissimo bosco di Macchia Grande in un assedio dall’esito, temiamo, ferale. A Trevignano è un fiorire di lottizzazioni che hanno definitivamente snaturato il profilo delle sue colline ed idealmente vanno a incontrarsi con la spaventosa colata di cemento con cui Caltagirone e meno conosciuti palazzinari hanno saturato un paesaggio che un tempo chiamavano Campagna romana. Campagnano saluta i viandanti moderni della via Francigena con una serie di edificazioni horror che incombono con i loro colori e le loro spaventose forme sulla sottostante Via Cassia. Ultima ma non per ordine di importanza Anguillara che, definita ormai la sua dimensione di borgata lineare, vuole gratificare con una Variante di PRG di neocemento le poche aree di campagna a Sud della via Braccianese, miracolosamente scampate all’abusivismo edilizio. A tentare di fronteggiare tutto questo sta il Parco di Bracciano-Martignano il cui compito è quello innanzitutto di salvare il salvabile davanti alla marcia della libera anzi liberissima impresa e di elaborare idee, pensieri, paradigmi che allo stesso tempo propongano un modo diverso di vivere e di far vivere un territorio. Il paradosso è che solo il Parco con i suoi vincoli può garantire il futuro economico a tutti quelli che nell’ambiente e sul paesaggio hanno fatto le loro fortune e che contro il Parco in molti casi hanno fatto le barricate: ristoratori, proprietari di immobili, intermediari commerciali ed altri soggetti imprenditoriali. Siamo onesti: chi porterebbe ad una Borsa del turismo in una qualunque città europea le foto dei falansteri di Trevignano, quelle degli ecomostri di Campagnanano, la borgata di Nuova Anguillara e via penando. A queste manifestazioni si va con splendide foto di centri storici, scorci (sempre più difficili) di una natura lacustre “incontaminata” e via mascherando. Se avessimo una classe amministrativa che non ragionasse in termini di consenso da ottenere spalmando concessioni, ma (dopo aver vinto le elezioni) chiamasse i cittadini ad un grande dibattito sul futuro del loro territorio, dicendo anche verità sicuramente amare per alcuni e osando scelte anche impopolari sul breve e medio periodo, il Parco costituirebbe una splendida occasione: una pianificazione territoriale con un punto di vista geograficamente ampio, l’ausilio delle competenze scientifiche per il suo allestimento, un’analisi del quadro ambientale economico e sociale su cui fondare scelte per il futuro dei suoi abitanti. Di questo si parla quando utilizziamo i termini di Piano di Assetto e di Piano di Sviluppo economico e sociale dell’Area protetta. Un’occasione storica da non svilire con le consuete operazioni politichesche per influire su questa operazione e cercare di ricondurla alle miopi strategie di conservazione. Bisogna purtroppo dire che avvenimenti amministrativi recenti hanno dato parecchie delusioni a chi sperava in una apertura della ruling class locale. La Comunità del Parco riunitasi a metà ottobre per sostituire il consigliere dimissionario dell’Ente Parco, Remigio Marini, in pochi minuti ha eletto l’unico nuovo candidato, Stefano Provenzano, senza nemmeno un accenno al suo curriculum né in bene né in male. E’ stato il sindaco di Anguillara a porre con la consueta giovanile irruenza il vae victis alla società civile. Egli ha affermato che la potestà delle nomine è un affare politico e che gli eletti devono godere della fiducia delle amministrazioni. Ci permettiamo di ricordare ad Emiliano Minnucci non solo le sentenze del Tar che hanno ribadito concetti affatto diversi e consigliargli se ci è permesso, se non la virtù dell’umiltà almeno quella della prudenza: non tira propriamente una splendida aria per l’esercizio autocratico dell’autonomia della politica. Qualche timido segnale di speranza ci viene invece dalla presa di posizione sulla questione della vendita di Vicarello. L’importante azione del Consiglio direttivo dell’Ente Parco di Bracciano che ha ribadito con una delibera inviata all’Amministrazione regionale e a tutti i soggetti a vario titolo coinvolti la necessità della pubblica acquisizione della tenuta di Vicarello e la sua vocazione agricola, paesaggistica e ambientale sta piano piano agitando le acque del mondo politico e amministrativo locale. Dopo le centinaia di firme raccolte del mondo accademico, di deputati e senatori e di privati cittadini, dopo la mozione presentata al Consiglio regionale del Lazio da Rifondazione e finora firmata dalla sinistra (Pdc, Verdi Rifondanzione) e da esponenti del Partito Democratico, anche in loco c’è qualche timido segno d’interesse.
Il sindaco di Trevignano lo ha espresso nella riunione della Comunità del Parco insistendo sul ruolo che la tenuta ha avuto per le comunità locali. Più abbottonato il sindaco Sala (Bracciano) che ha comunque riaffermato la vocazione non edilizia dell’area. L’unico fuori dal coro è stato il sindaco di Anguillara che ha parlato dell’acquisizione della tenuta come di una operazione velleitaria, considerato il costo non solo dell’acquisto (si parla di una cifra dai 20 ai 25 milioni di euro) ma soprattutto di quello della gestione. Le obiezioni di Emiliano Minnucci non sono totalmente campate in aria ma sono fondate su un assioma piuttosto preoccupante: la mano pubblica non è in grado digestire un bene come Vicarello. E’ quindi il caso di lasciare tutto ai privati che sanno fare operazioni economiche meglio e con profitto. Peccato che i privati non facciano beneficienza, ma che utilizzino i beni acquisiti non per la pubblica utilità ma per il loro tornaconto, che si tratti di acqua, di boschi o di terra. In genere poi i costi dei danni collaterali ricadono sulla collettività e alla fine il conto è sempre in rosso per i cittadini. Il sindaco di Anguillara propone di investire invece grosse somme di denaro pubblico (ha parlato di 10 milioni) per la pista ciclabile da realizzare intorno al lago: opera sicuramente lodevole ma certamente imparagonabile ad un controllo pubblico sull’area cuore del Parco di Bracciano. C’è evidentemente tra alcuni amministratori sabatini il timore di affrontare una sfida che reputano superiore ai propri mezzi. E ci sembra più un fatto culturale che economico. Non c’è stato di fatto nemmeno da noi un rinnovamento della politica, il coraggio di affrontare le questioni cruciali della contemporaneità con un punto di vista diverso. Si è ancora in pieno in una gestione amministrativa ossificata negli anni ’70: il territorio è visto come sfondo inanimato su cui calare operazioni che non tengono conto del fatto che esso è vivo e frutto di una relazione tra uomo e ambiente durata migliaia di anni, che scelte ad alto impatto negativo non possono essere sanate se non in tempi lunghissimi o produrre effetti irreversibili; a questo si accompagna una retorica piuttosto datata sul bellissimo e incontaminato territorio, sulle virtuose popolazioni locali che lo hanno conservato fino ad oggi, sulla necessità dello sviluppo turistico che significa solo ulteriore cemento e cemento. La presenza nuova, nel quadro politico amministrativo dell’Ente Parco, può attivare una dialettica tra poteri che faccia emergere relazioni virtuose, oggi praticamente inesistenti, tra soggetti istituzionali e società, fondate sulla preminenza dell’interesse pubblico. I primi sei anni dell’area protetta non hanno certo prodotto buoni frutti a causa della soffocante ingerenza della politica ai suoi livelli più poveri. C’è da auspicare che l’attuale Consiglio direttivo avvii un deciso cambiamento di rotta.
Settimio Cecconi

