Di Corrado Placidi – Per la direzione artistica di Pino Pontuali il borgo di Bracciano è stata teatro di concerti ed eventi nel Festival dell’Improvvisazione Contadina con la riproposizione delle tradizioni culturali in varie salse, musicali e culinarie
Il Festival dell’Improvvisazione Contadina si è svolto, a Bracciano, con il godimento di quanti vi hanno preso parte. La manifestazione, anche in questa seconda edizione, è stata promossa e organizzata dal Parco Bracciano-Martignano, con il patrocinio e il contributo economico o di servizi del Comune di Bracciano e della Bracciano Ambiente, della Provincia di Roma e della Regione Lazio.
Siamo stati nel passato assai critici verso l’Ente Parco. Le due presidenze e i relativi consigli direttivi, che si sono succeduti dall’anno 2000, non sono stati all’altezza del ruolo che avrebbero dovuto avere. La stessa gestione del direttore Anzellotti è stata, e non solo da noi, ritenuta discutibile. Gli stessi residenti dei Comuni intorno al lago avevano del Parco un’immagine incolore. Dopo il commissariamento dell’Ente, la successiva nomina del presidente, il rinnovo del consiglio direttivo e la designazione di un nuovo direttore hanno portato aria fresca e maggiore trasparenza. Certo il Parco appare ancora come un malato soggetto ad una patologia che solo lentamente sembra avviarsi verso la guarigione.
Il Festival è stata l’occasione per verificare se questa impressione fosse corretta. Gli aspetti che descriveremo documentano che c’è stato, rispetto al passato, un apprezzabile cambiamento di rotta e di mentalità.
La conferenza d’apertura.
La conferenza d’apertura, nello spazio del chiostro Agostiniani, ha avuto una sobria partecipazione di figure istituzionali. Abbiamo apprezzato la brevità degli interventi. Hanno parlato il presidente e il direttore del Parco, il sindaco Giuliano Sala, il responsabile dell’Osservatorio provinciale sui Rifiuti Fabio Musmeci e l’assessore alle Attività Produttive della Provincia di Roma Bruno Manzi. Questa concisione ha permesso a Pino Pontuali, uno dei due direttori artistici del Festival, di raccontare cosa avremmo visto e ascoltato nel giorno e mezzo della manifestazione. L’epifania di cantori, come i Tenores Mamujadinu della Sardegna, che avevano già rallegrato l’attesa, e il suono e il canto dei Suonatori alla leggera della Toscana, sono apparsi la concreta offerta e prima esemplificazione delle due parole contenute nel titolo dell’incontro “Tradizione e integrazione culturale”. Le loro esibizioni hanno riempito di sostanza musicale quanto detto dai relatori.
Tradizione e identità sono due parole spesso usate in modo improprio. Rivendicate con orgoglio, dai nativi, esprimono invece la nostalgia per una cosa ormai lontana e forse smarrita. La stessa integrazione culturale, ma anche quella fisica, sono, nei paesi intorno al lago di Bracciano, accettate solo se non invasive. Proprio a ribadire quella diversa identità che in effetti, presente nel passato, sembra ormai labile. Lo stornello come gli altri canti della cultura musicale italiana popolare hanno invece forti radici nella tradizione e sono il frutto della contaminazione dovuta alle migrazioni dei lavoratori stagionali. Il Festival dell’Improvvisazione Contadina questo vuole mostrare: il tenace e forte legame che l’improvvisazione creativa del cantore o del poeta ha con la tradizione contadina. Ci riferiamo a “forme di canto breve a sfida, di corteggiamento, a doppio senso” e alle altre, il canto “a stesa” che, senza strumenti musicali, accompagnava il movimento dei falciatori. Valore da sottolineare è l’essere riusciti a trasformare l’incontro, per necessità di lavoro, tra nativi e migranti in occasione di scambio di testi e, a volte, di melodie.
Il seminario “Melasono e melacanto”.
La mattina dopo in una delle quattordici fraschette, cantina Cavini, Pino Pontuali ci aspettava con il suo organetto di legno di ciliegio. La sua capacità affabulatrice, intervallata dal suono e canto di pezzi esplicativi, ha intrigato l’attenzione dei presenti. Anche qui una buona notizia. Dalle dieci persone iniziali, con il passare dei minuti, la sala si è riempita di gente. Alla fine eravamo cinquanta, con molti rimasti fuori della porta per mancanza di spazio. Non è stata, anche in questo caso, la solita noiosa conferenza dell’esperto, ma due ore di domande e risposte. Un accavallarsi di concetti espressi con le parole che trovavano nel suono e canto successivo il loro giusto significato. Alcuni spettatori sono poi divenuti anche essi protagonisti con brevi esibizioni di stornelli improvvisati o di memorie di tenzoni dei poeti a braccio. Improvvisamente, a noi cittadini inesperti e incolti, la preoccupazione che ci aveva colto la sera prima per l’uso della parola tradizione è scomparsa. Il racconto con il costante riferimento all’improvvisazione contadina sono sembrati ancora vivi perché presenti nella passione di chi interveniva, non solo ricordando, ma offrendo saggi di questa creatività popolare.
La scalinata della Collegiata.
Nello spazio trapezoidale della piazza della Collegiata, seduti per terra sulla cordonata con le spalle il Duomo e la scena delle case sullo sfondo, si è svolta, nel tardo pomeriggio, la rassegna dei gruppi presenti al Festival. I musicisti con i cantori, e i due poeti a braccio al suono della fisarmonica, nel breve cerchio lasciato a loro disposizione dalle cinquecento e più persone presenti, hanno rapito la nostra e altrui attenzione. Senza soluzione di continuità, per due ore, suoni, canti, improvvisazione hanno riempito la cavea solo momentaneamente disturbati dal passaggio di tre auto che tenacemente si sono fatte largo tra la folla.
Abbiamo ascoltato e applaudito il suono e il canto, senza l’ausilio di nessuna amplificazione, così come avveniva nelle feste del passato, di Ronda randagia, Suoni e canti di vecchi braccianti, Bonifica Pontina, Cantori della Sabina, Stornellatori di Camerino, Lu traina’, Suonatori alla leggera con una quadriglia finale. Tutti musicisti venuti da un vicino lontano. Dalla campagna romana e campana, dall’Umbria, dalle Marche e dalla Toscana.
Le quattordici fraschette.
Chi si è fermato per cenare a Bracciano, sabato e domenica, ha avuto la gradita sorpresa che ai soliti luoghi di ristoro presenti nel paese si erano aggiunti, per l’occasione, altri quattordici spazi denominati “fraschette”. Il cibo e il bere erano accompagnati dal canto degli stornelli e dalla improvvisazione dei poeti a braccio. Noi abbiamo scelto il giardino Perugini a piazza degli Olmi. Un giardino privato, aperto al pubblico solo nell’occasione del Festival. Il muro di cinta, che lo circonda, lo protegge dai rumori e le alte siepi, che lo suddividono in spazi raccolti, lo rendono un luogo di delizie. Lo spazio deputato per ascoltare la lettura di una novella del Boccaccio o per parlare con gli amici davanti ad un bicchiere di buon vino.
I pregi del festival e le zone d’ombra da illuminare.
Se il Festival ha goduto, nel giorno e mezzo di svolgimento (29 e 30 settembre 2007), la presenza di molti spettatori e buona qualità di artisti, se le fraschette sono state frequentate da parecchie persone, se il pubblico si è interessato e divertito il merito è principalmente delle persone che ne hanno avuto cura: Pino Pontuali e Irvando Sgreccia per la direzione artistica; Massimo Perugini per la ricostruzione storica; Marco Scintoni e Samuela Donati, dell’ufficio comunicazioni del Parco, per il coordinamento e segreteria.
Abbiamo acceso la luce dei riflettori sulle cose positive. Ci sono state anche zone d’ombra: la latitanza dei vigili urbani per disciplinare il traffico; la qualità del cibo, offerto dalle fraschette, da migliorare e indirizzare verso la scelta di piatti tipici del territorio; la scarsa presenza di residenti alla conferenza e al seminario. Certamente è possibile fare di più e meglio. Ci aspettiamo, per la terza edizione, che le ombre si trasformino in luce splendente.
