Archivio storico de "La Voce del Lago".

Il tesoro sconosciuto di Santa Fiora

Posted by on 22 nov 2005 in Bracciano, Numero 40 - Nov. 2005 | 0 comments

Il tesoro sconosciuto di Santa Fiora

Di Giuseppe Curatolo

Sorgenti d’acqua che dall’epoca romana danno acqua al territorio, da Forum Clodii alla Bracciano di don Livio Odescalchi. Su strutture in opus reticulatum una struttura più recente affrescata soffocata dai rovi. Poco indagato il sito archeologico che potrebbe essere il fulcro di una “Via delle Acque” a testimonianza della gloriosa fase industriale braccianese oggi praticamente da tutti ignorata.

Escursione passo passo con la passione dell’esploratore in compagnia degli speleoarcheologi dell’Associazione Roma Sotterranea

Galleria alta.

In una valle poco lontano da Manziana ma ancora in territorio di Bracciano, una fitta selva di fichi e sambuchi nasconde alla vista dei più un piccolo tesoro di architettura e di storia locale che, per i motivi che dirò poi, meriterebbe ben altre sorti ed attenzioni. Il nome del luogo, per chi ha dimestichezza con la storia locale, è legato alle sorgenti d’acqua che fin dall’epoca romana venivano attinte per le esigenze degli antichi insediamenti prima e poi per Bracciano stessa. Il luogo è detto “la Fiora” per la presenza di una piccola chiesa detta di “Santa Fiora” posta sul fianco della collina che, salendo, giunge fino a Manziana. In realtà la chiesa è invisibile dall’esterno della massa di fogliame che l’avvolge e la copre. Trovarla, per chi non conosce il sito, non è cosa da poco. L’incuria ed i secoli hanno fatto sì che la terra della collina lentamente coprisse la volta della navata e delle cappelle laterali, trasformando una costruzione in parte elevata sul terreno, in una specie di cripta. La chiesa fa parte di un sistema di captazione più esteso che drenava ricche sorgenti sgorganti in due diversi punti della stessa valle. L’altra sorgente, detta “del Gatto”, era anticamente captata con un sistema di gallerie scavate nel cappellaccio vulcanico ed è tuttora visitabile non senza la sorpresa di scoprire in ipogeo antiche opere di presa in muratura. Le acque emunte nel sito Fiora e Gatto (probabilmente solo dalla sorgente Fiora) alimentarono prima insediamenti romani (Forum Clodii è abbastanza vicino e compatibile per quota e posizione) e poi la Bracciano di don Livio Odescalchi attraverso il maestoso acquedotto che ancora vediamo attraversare il territorio.

Dettaglio dell'Altare della chiesa

Penetrando una folta vegetazione e scendendo un breve ripido pendio, si prova l’emozione di scoprire una piccola navata aperta verso la valle lunga circa 7 metri e larga 5 sulla cui parete di fondo spicca una cornice in stucco che doveva incorniciare un affresco ed a sua volta affiancata da estese tracce di colore che fanno pensare a figure di angeli. Sotto la cornice si apre una grossa nicchia rettangolare con architrave a capanna che doveva sovrastare un altare oggi scomparso o interrato. Di più nella navata non è dato vedere in quanto la terra ormai copre addirittura il pavimento della nicchia. La misura dell’altezza originale della navata è intuibile dal fatto che gli archi a tutto sesto delle cappelle laterali sono interratialmeno fino alle reni. Una stima istintiva fa supporre che il pavimento sia coperto da almeno 2 metri di terra e che quindi la navata fosse alta circa 7 metri. Probabilmente alla chiesetta, costruita sulla sorgente e priva di facciata, si scendeva tramite alcune scale direttamente dal prato.

Veduta della navata

Torniamo però alle cappelle laterali. L’arco di sinistra è stato parzialmente demolito nella parte di chiave e fino quasi alle reni per rendere l’accesso allo spazio più comodo e pare addirittura singolare che non rovini. Entrando carponi sotto la volta a crociera si ha la sorpresa di trovare non uno spazio rettangolare quale sarebbe lecito aspettarsi, ma uno spazio limitato a sinistra da una parete diritta lunga circa 6 metri con cornice in stucco in alto ed a destra da una parete retta e poi chiusa in curva a fare spigolo con la parete di sinistra. Al centro dello spazio voltato della cappella si apre un foro circolare che doveva consentire un contatto con un pozzo esterno. Sopra gli archi laterali di sinistra e di destra e dentro la cappella si trovano finestre con forte strombo murate, a confermare il fatto che la chiesa deve essere stata colpita oltre che dall’incuria anche da una frana che ha ostruito le finestre. La cappella di destra è invece murata e, affacciandosi da un piccolo sportello di ferro si scopre uno spazio ampio, buio e profondo con due varchi uscenti voltati, uno a destra ed uno a sinistra. Avevo notato, fin dalla prima visita che il cunicolo di destra, destinato a condurre l’acqua raccolta dal bottino sotterraneo fino ad una ampia camera di manovra sita a valle della chiesa, era realizzato in un pregevole opus reticulatum con volta intonacata ma non mi ero spinto a percorrerne da solo i circa 60 metri.

Galleria alta

Questo è quanto avevo visto fino a pochi mesi fa e non mi sembrava poco. La sorpresa più grande è venuta dallo scoprire, durante una visita fatta insieme al dottor Hubertus Manderscheidt e a Marco e Michele dell’Associazione Roma Sotterranea (tutti archeologi o speleoarcheologi), che quello che credevo essere untransetto, è in realtà una grossa camera (circa 6 metri x 6) simmetrica per forma a quella esistente sul lato sinistro ed interamente di fattura romana in opus testaceum con uno zoccolo alto circa 40 cm di blocchi squadrati di pietra chiara (apparentemente travertino) e con lo stesso foro circolare di diametro circa 70 centimetri già ritrovato sul soffitto nella cappella del lato sinistro. Il rilievo a vista fatto durante la visita mostra con chiarezza che la navata di accesso è stata costruita in età barocca sopra una grande esedra romana con un diametro di circa 20 metri ed una “corda” di circa 6 metri. Ciò che ha reso anche molto interessante ma problematica la conoscenza del sito, è stato l’aver trovato lacerti di pittura sulle pareti in opus testaceum, lacerti di un vivido color celeste in alto e verde striato di marrone in basso, quasi fossero i resti di una scenografia rupestre dipinta sulle pareti. Il soffitto reca invece ancora segni di pittura blu quasi a copiare un cielo notturno. Sulla camera sotterranea si apre un primo varco che dà accesso a parte del retro dell’esedra e a una piccola grotta dove probabilmente sgorgava la sorgente ed un secondo varco che introduce ad un pregevole acquedotto romano realizzato per la prima parte esattamente come l’esedra (opus testaceum su zoccolo di pietre squadrate) e per il restante tratto in opus reticulatum su zoccolo pure in pietre squadrate. È interessante notare che le pietre dello zoccolo sono abbastanza discoste l’una dall’altra e prive di malta quasi a consentire la captazione di altre vene d’acqua lungo il percorso.

Il manufatto di accesso alla camera di manovra dell'acquedotto

Il cunicolo dopo circa 60-70 metri entra in una camera di manovra sotterranea che appare coeva dell’acquedotto Odescalchi e che prosegue nella direzione del lago e del fosso della Fiora (e di Forum Clodii). Questo secondo tratto del cunicolo non è stato ancora da noi visitato che per i primi 20-30 metri e dovremo tornarci quanto prima. Il sito fu visitato negli anni ’30 del secolo scorso dall’Ashby e negli anni ’40 da una commissione dell’Ufficio Tevere ed Agro Romano. L’Ashby, a quel che è dato di leggere, vide il cunicolo molto più a valle della camera di manovra mentre la Commissione, il cui lavoro è riportato nel saggio del professor Mariani “L’acquedotto Odescalchi”,pur menzionando genericamente i cunicoli, non sembra aver preso visione delle strutture sotterranee. Nella camera di manovra, molto interessante con le sue paratie scolpite in pietra e con una anticasaracinesca in ferro ancora in sito, arriva anche il cunicolo proveniente dalla sorgente Gatto e parte il cunicolo dell’ acquedotto Odescalchi che alimentava Bracciano. La ristretta dimensione del cunicolo della sorgente Gatto non consente una esplorazione analoga a quella della sorgente Fiora, tuttavia è possibile accedere altrove alla galleria di presa della sorgente che riserva sorprese non meno interessanti. Anche la sorgente Gatto è completamente asciutta ed è formata da due gallerie, una antica e posta più in alto (probabilmente scavata per alimentare l’acquedotto Odescalchi) ed una posta più in basso di circa 2 ml creata nella prima metà del secolo scorso per drenare acque a livello più basso una volta disseccata la vena antica. Si accede alla galleria più recente (quella bassa) attraverso una galleria in cemento armato lunga circa 40 metri; alla fine della galleria in cemento armato si entra in un cunicolo scavato nel tufo entro cui corre il tubo di ferro che portava per gravità l’acqua verso Bracciano quando la galleria ancora era piena d’acqua. A circa 100 metri dall’ingresso la galleria in roccia finisce in una piccolo speco dove giacciono vecchissime pompe diesel arrugginite. Poco prima della fine della galleria bassa una porticina consente la salita alla galleria più antica. Percorsi i primi 50 metri in un cunicolo più ristretto di quello lasciato in basso, arriva la sorpresa: la galleria si amplia ed è fiancheggiata da spessi muri in pietra sommariamente intonacati forati in basso da archetti o da piccole “gattarole” in mattoni destinati a consolidare lo scavo e consentire il drenaggio e lo scorrimento dell’acqua.

La porta d'ingresso della galleria

L’intero percorso della galleria alta è lungo circa 100 metri, ha un percorso principale ed un tratto tipo by pass, scavato evidentemente per drenare una seconda sorgente. A metà del percorso alto si trova un largo pozzo di ventilazione in muro di basalto che si apre a cielo aperto e che consente di valutare in circa 20 metri la profondità della galleria. Addentrarsi nella galleria antica è davvero affascinante perché non ci si aspetta di trovare tanta abbondanza di manufatti e perché non si può non andare con il pensiero alle maestranze che realizzarono in sotterraneo e probabilmente immerse in parte nell’acqua quei manufatti. Questa, per sommi capi e senza entrare in argomentazioni eccessivamente specialistiche, la descrizione del tesoro di cui si diceva nelle prime righe. Sul tema dell’ acqua e dei manufatti di presa e distribuzione di cui abbonda Bracciano si potrebbe dire e si dirà ancora molto anche, spero, coinvolgendo altri amici e colleghi.Sarebbe tuttavia ormai tempo che le amministrazioni comunali pensassero di investire qualche risorsa nella creazione di un marketing dei giacimenti culturali del territorio, giacimenti che erroneamente sembrano limitati all’ormai frusto binomio lago/castello. Scoprire e condividere le radici della civiltà tecnica e produttiva che caratterizzano Bracciano nell’età della rivoluzione industriale sarebbe un vero atto politico nel senso alto della parola. Ma c’è qualcuno a cui interessa? Le molte foto del sito che ho mostrato nel tempo a chi credevo potesse agire per il recupero del sito non sono maiservite a nulla. Per il futuro ho fiducia che il giornale che cortesemente mi ospita possa assumersi un ruolo di comunicazione e stimolo che forse sveglierà il Palazzo. Non posso concludere senza ringraziare la dottoressa Angela Carlino Bandinelli, la dottoressa Brigida Mantini e l’architetto Cecilia Sodano per gli incoraggiamenti ed i consigli, il dottor Hubertus Manderscheidt con Marco e Michele di Roma Sotterranea, tutti archeologi o speleoarcheologi, per la competenza e l’entusiamo nella progettazione e compimento della nostra piccola impresa ed infine con rinnovata simpatia i miei amici operai comunali per l’assistenza agli inizi dell’esplorazione.

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>