Di Luigi Triossi
Andare per la campagna significa guardare, vedere, osservare, riconoscere paragonare, riflettere, immaginare, comprendere. Vent’anni sono ormai passati da quando nacque l’iniziativa di formare il gruppo Archeologia a cavallo. L’idea venne allora spontanea a noi dell’Ante (l’Associazione nazionale per il turismo equestre), che già da molti anni viaggiavamo a cavallo nel territorio che dalle porte di Roma, tra il Tevere e il mare, arriva sino alla Toscana. Una regione di cui il lago di Bracciano costituisce quasi il centro geografico, ricca di tesori meravigliosi, non solo creati dalla natura ma anche da mani antiche, di gente etrusca, falisca, romana. Preziose testimonianze che incontriamo disseminate in questa grande campagna, spesso ignorate, abbandonate, semidistrutte ma che sempre ci sorprendono con i loro messaggi, i loro insegnamenti, le loro ammonizioni.
Lo scopo di “Archeologia a cavallo” è quello di ritrovare quanto d’antico esiste ancora sul territorio e di farlo conoscere a quante più persone è possibile alfine principale di conservarlo e valorizzarlo.
Ripercorriamo proprio quei percorsi antichi che necessariamente collegavano tutte le costruzioni e le testimonianze che ritroviamo nel nostro territorio.
Perché mai però, questa ricerca e questa conoscenza farle proprio a cavallo?
Certo, nel territorio sì può andare anche a piedi per esempio ed in bicicletta, tanto per citare i classici modi eco-compatibili e non intrusivi. A cavallo però in questo caso abbiamo una serie di grossi vantaggi, camminiamo su qualunque terreno, possiamo guadare corsi d’acqua, saltare fossi e muretti, in salita, in discesa, nel fango.
Non basta, una volta in sella siamo ad un altezza che può definirsi ideale: abbastanza alta per guardare oltre le siepi, le recinzioni ed i muri, ma anche sufficientemente vicina al terreno per vedere qualsiasi cosa senza l’assoluta necessita di scendere. Anche la velocità è quella giusta, perché la possiamo sempre adattare a quello che facciamo, da 4 sino a 25 chilometri all’ora. Quando camminiamo al passo, cosa che facciamo di solito durante una ricerca, non solo siamo liberi di prendere tutto il tempo occorrente per guardare e vedere comodamente, ma anche quello sempre necessario per riflettere e per scambiare tranquillamente dei pensieri con un amico. In una giornata possiamo percorrere senza stancarci 25-30 chilometri, che possono arrivare anche a 50-60 in caso di bisogno, e tutto ciò portandoci appresso 10-15 chili di bagaglio.
Di viaggi lungo le antiche strade nella nostra Regione con il gruppo di cavalieri di Archeologia a cavallo ne abbiamo ormai fatti molti. Abbiamo cominciato nel 1982 con la prima Via Clodia, tra Bracciano e Saturnia. Poi abbiamo percorso la FaliscaAmerina da Nepi ad Amelia, la CerveteriVeio, la Cimina e Cassia Antica e tante strade “minori” che attraversano il nostro territorio.
In questi anni siamo poi andati allargando i nostri orizzonti, prima con il percorso italiano della via Francigena da Luni a Roma, poi per l’Anno Santo il viaggio a cavallo dall’Abbazia inglese di Canterbury sino a San Pietro. Poi la Via Appia, nel 1996, la strada che per i Romani era la regina di tutte le strade. L’abbiamo percorsa tutta, metro per metro, dal centro di Roma sino alla grande scalinata di marmo che scende al mare di Brindisi. Era da li che eserciti, imperatori e patriarchi si imbarcavano verso Gerusalemme e l’Oriente. Nel 1998 con gli amici delle Federazioni svizzera e francese abbiamo galoppato per dieci giorni, dal lago di Neuchatel fino alla Borgogna, ripercorrendo la marcia di Giulio Cesare sino al suo trionfo nella battaglia di Bibracte.
Abbiamo detto che il nostro interesse è di contribuire a conservare le testimonianze antiche: ma cosa succede nel nostro territorio a questo grande, prezioso patrimonio quasi sconosciuto disperso nei campi? Le amministrazioni locali, salvo rare eccezioni non conoscono l’esistenza di questo patrimonio e forse non sono neppure attrezzate per vederlo. E accade anche che si autorizzino lavori stradali ed iniziative private dove gli operatori tutto distruggono e disperdono senza la benché minima attenzione. Non si tratta di porre vincoli o limitazioni e divieti, si tratta soltanto di prendere atto delle testimonianze che esistono sul territorio senza scaricabarili di responsabilità e di pertinenze. Alcuni esempi: il magnifico Ponte del Diavolo di Canale, dopo 2200 anni, sta quasi per crollare; non un solo cartello indica l’antica, importante strada Romana che arriva a Stigliano. Nel territorio di Anguillara un tratto di basolato dell’antica via Clodia ancora nei mesi scorsi è stato divelto dal “ripper” delle ruspe. Bracciano ignora ancora tutti gli antichi tracciati ed i resti di antiche costruzioni: nei quarti dell’Agraria e di Cinquilla, verso Castel Giuliano, via di S. Liberato, la Fiora. Ad Oriolo e Veiano il percorso della Clodia è assolutamente un oggetto misterioso e regolarmente distrutto. Troppo pochi e isolati sono gli interventi per salvare qualcosa e tra questi brillano come fari nel buio quelli dell’Università Agraria di Manziana, in località la MoIa, del Parco di Barbarano e quelli ben più importanti e lodevoli del Comune di Blera. Col nostro gruppo di Archeologia a cavallo abbiamo potuto godere di questi tesori antichi. Ma è un peccato che poco o nulla si faccia per renderli accessibili a tutti. Ed è ancora più triste che vengano abbandonati al degrado o alla scomparsa.


