Archivio storico de "La Voce del Lago".

Il fontanile dei Monti

Posted by on 10 gen 2002 in Numero 2 - Gen. 2002 | 0 comments

Il fontanile dei Monti

Di Giorgio Migliardi

Torna alla luce ad Anguillara un antico fontanile probabilmente appartenuto ai duchi di Mondragone, ma la lapide è sparita. La testimonianze raccolte fanno rivivere un’epoca armai lontana.

Me lo ricordo benissimo, ci giocavo da bambino. Mi incuteva paura quella lapide, oggi scomparsa, che diceva Mons Dragonìs. lo pensavo che volesse dire il monte dei draghi, di un drago magari nascosto in quella grotta profonda da cui nasceva la sorgente”. L’assessore Dario Chiavari racconta così il fontanile dei Monti di Anguillara, ora tornato alla luce con un semplice decespugliamento che ha eliminato quella coltre spessissima di rovi che da alcuni decenni lo nascondeva alla vista dei passanti. E’ uno dei tanti fontanili ancora superstiti intorno al lago, che la casa dei duchi di Mondragone, nel Sette e Ottocento feudatari di Anguillara, aveva fregiato col suo nome (appunto Mons Dragonis). Ma la sorgente che lo alimenta è certo antichissima, quasi certamente utilizzata dagli etruschi e dai romani. Il 18 novembre 1928, è stata censita da De Angelis D’Ossat (Catasto delle acque della valle dell’Arrone) come “Fontanile della tenuta dei Monti d’Anguillara”. Ecco come lo descrive: “E’ alimentato da galleria filtrante, scavata nel monte.

Questa mette allo scoperto tufo incoerente, con inclusioni di lava. L’acqua è limpida e di buona qualità. Sito a mezza costa, è molto elevato quindi sul fondo valle. La portata è variabile e nell’estate si riduce di circa la metà. Portata in litri secondo:
0,25; temperatura centigrado dell’acqua: 14,5; temperatura centigrado dell’aria: 17,5″.
Chiavari racconta ancora che quel terreno dei Monti apparteneva a un grande proprietario locale, Giuseppe Calderini, che aveva anche numerosi greggi di pecore nella zona. In effetti, la vasca inferiore è più bassa, per permettere alle pecore di abbeverarsi, mentre quella superiore serviva ai cavalli. Nell’ultimo dopoguerra i terreni di Calderini furono espropriati dall’Ente Maremma (oggi Arseal, Regione Lazio). E uno di questi, vicino al fontanile, fu assegnato al padre di Chiavari. Ma Dario racconta anche che suo padre gli ha assicurato che già nel 1965 i Beni culturali intervennero, in seguito a un crollo nella grotta, per erigere un muretto di protezione e un cancelletto. Nella grotta si trovava un antico “bottino”, una piccola vasca quadrata per raccogliere l’acqua e condurla al fontanile attraverso un cunicolo abbastanza alto perché un bambino appena chinato potesse passarci, come faceva Dario bambino.
Attualmente, la particella catastale intorno al fontanile sta per essere ceduta dall’Arseal al Comune di Anguillara, che ha intenzione di provvedere a un restauro di questo e altri fontanili. In una recente ispezione dell’assessore all’agricoltura Eugenio Catarci, insieme al consulente comunale Paolo Lorizzo, è stato fatto un sondaggio sotto una copertura di cemento nei pressi del fontanile e sono stati ritrovati dei basoli seicenteschi. L’assessore ha dichiarato di aver chiesto fondi per eventuali interventi.
Sempre sulle stesso fontanile, che come altri della zona andrebbe restaurato come testimone di un’epoca, abbiamo raccolto un’altra testimonianza, quella di Romano Montori. Lo ricordi? “Certo che lo ricordo, è stato restaurato da mio fratello Luigi nel 1946-47, per conto di Calderini, che voleva riattivarlo per le sue grandi greggi di pecore. Ha sistemato in particolare l’interno delle due vasche che perdevano disperdendo l’acqua e sistemato intorno un acciottolato per il drenaggio dell’acqua ed evitare il formarsi di fango. Ha anche scavato dietro abbassando di 40 centimetri, fino alla grotta, la condotta che veniva dalla sorgente. Ricorda che nel cunicolo c’era un foro da cui si vedeva il cielo, forse una presa d’aria. Ma non ricorda la lapide, semmai un intonaco già allora rovinato, su cui poteva anche esserci una scritta”.
Luigi Montori, nello stesso periodo, ha anche costruito lì vicino un casaletto, per i pastori del grande proprietario: “un punto tappa – racconta il fratello – dove potevano dormire e soprattutto lavorare il latte per fare il formaggio. Ora è diroccato, ma dovrebbe ancora esserci tracce della caldaia”. E il padre di Luigi, nonno Ignazio, ancora
prima della guerra lavorava alla costruzione dei grandi e bellissimi casali di Calderini, tuttora esistenti. Formavano una comunità autonoma e c’era di tutto, fabbri, carpentieri, pastori, agricoltori. Romano ricorda ancora le migliaia di pecore che venivano d’inverno dall’Abruzzo per la transumanza con i pastori: “nel dopoguerra si erano modernizzati e caricavano le pecore sul treno”. E ricorda anche alcuni di quei pastori abruzzesi che si erano stabiliti ad Anguillara.
“Erano più arretrati di noi, che è dire tutto, e sgranavano gli occhi quando vedevano il Circo Saltanò, che tutti gli anni per la Festa di settembre si esibiva in Piazza del lavatoio…”

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