Di Alfredo Di Stefano
Partiamo da un articolo di Anna Guaita apparso su Il Messaggero nei primi di settembre con il titolo: “È ufficiale: cani e gatti aiutano a vivere meglio”. Se chi ne ha uno, in cuor suo lo sapeva già (come scrive l’autrice), io ne ero più che certo visto che allevo ben tredici cani. Poi l’articolo prosegue: “Avere un cane od un gatto abbassa la pressione arteriosa, fa calare i trigliceridi, diminuisce l’ansia e ritarda l’invecchiamento”. Sicuramente sarà così, ma conosco troppe storie di vita vissuta che mi portano a pensare che ci sono persone che da un animale si pigliamo tutto l’affetto possibile e gli restituiscono solo fobie. Conosco dei padroni che allevano come cani da salotto dei setter o pointer anche chiamati cani del vento per la loro voglia di correre su distese sterminate; ed altri che tengono come cani da guardia dei barboncini. Uno che conosco parlando del suo setter mi raccontava che gli era di grande compagnia: “Guardavamo insieme la televisione e poi ci facevamo delle grandi mangiate di bucatini all’amatriciana. Gli piacevano un sacco. Ultimamente non gli andava più di fare le scale, preferiva l’ascensore. Al prato del parco sceglieva il divano. Non correva più dietro alle cagne e all’osso preferiva la panna. Poi è morto”. Ed ora quel signore si chiede il perché.
Un mio compagno di studi si portava il suo cane a lezione in università. Veniva coccolato da tutti, era diventato la mascotte della facoltà. Ad un esame di botanica ringhiò al padrone che aveva sbagliato una risposta. Ringhiò più forte una seconda volta quando il padrone cadde su una domanda banale (quelle che i professori fanno tanto per non bocciarti). Il mio amico a quell’esame fu bocciato. Il professore disse che se avesse interrogato il cane l’esito sarebbe stato diverso. Alan, così si chiamava il cane, riuscì (da vecchio) a condurre alla laurea (una laurea da cani) il padrone dopo anni di fuoricorso. Ora è un agronomo ministeriale.
Una mia amica americana si prese un gattino di razza perché avesse in casa, al ventitreesimo piano, qualcuno che l’aspettasse. Questa mia amica era un’isterica convenzionale: seguiva passivamente e senza originalità l’isterismo corrente, alla moda, oserei dire: generazionale. Tutti gli amici furono concordi nell’affermare che la compagnia del gatto le fece un gran bene: era diventata più calma più altruista più socievole. Poi, di punto in bianco, si scoprì che il gatto, stranamente, viveva in uno stato di eccitazione esagerata, in pratica: era impazzito. So che lo hanno portato all’Apt, la Animal Psychology Terapy.
Mi hanno parlato di Mario, vive a Corviale (uno dei quartieri dormitorio di Roma). Me l’hanno descritto come un duro, un esagerato, un tatuato, un piercingato, un palestrato, uno schwarzenegganiano che decise un giorno di non vivere più un’esistenza gretta. Allora: pensò di regalarsi un cane, ma quale? Certamente un pit bull! Da cucciolo gli aveva fatto tatuare un fascio littorio dentro l’orecchio destro, preventivamente tagliato a triangolo da un esperto veterinario. Terminator, è il suo nome. Poi gli aveva fatto saldare chiodi d’acciaio sul collare. Il pit bull camminando aveva assunto l’atteggiamento del padrone; o forse il padrone aveva assunto quello del cane.
Cani e padroni al guinzaglio si scansavano al loro passaggio, persino i conducenti di macchine gli davano strada, per non parlare dei motociclisti che cambiavano addirittura via. I ragazzini del quartiere gli gridavano: “A Mario…, facce vede’ li denti”. E Mario, prono, ciondolando sulle gambe come uno di quelli della p.38 di una volta, spalancava la bocca e metteva in mostra i due incisivi incapsulati, d’oro. Il cane che aveva imparato la lezione faceva altrettanto, ringhiando. E giù l’applauso di quei figli di borgata che allontanandosi esclamavano: “Anvedi che forza!”. Ora i due (il cane e l’altro) li hanno inseriti in un programma di rieducazione. Mi sono informato. Il cane sta bene, è diventato socievole con gli altri animali, ha un buon carattere e non è più aggressivo. Per Mario le cose non vanno troppo bene. Sembra che abbia azzannato uno psichiatra. Non parla più. Abbaia.
“Chi me l’ha fatto fare”, va ripetendosi un barboncino spelacchiato legato alla catena dietro il portone di un residence. Non si dà pace da quando i padroni lo hanno scoperto ottimo cane da guardia. E tutto perché una notte ha avuto la malaugurata idea di abbaiare su rumori sospetti mettendo in fuga i ladri. È di otto metri e settanta centimetri lineari il terreno sul quale si muove; avanti e indietro e poi ancora, avanti e indietro, meccanicamente. Conosce a memoria tutti i sassolini che incontra nel suo peregrinare; quando ne arriva uno nuovo lo saluta abbaiando. Malgrado tutto, fa le feste a tutti. Ha le pulci, le zecche, i vermi come tutti gli altri cani: quelli liberi.
Da quando quell’homo primitivus gettò quel pezzo di carne di cinghiale allo sciacallo-cane, secondo il pensiero di Lorenz, il servizio reso e la fedeltà dall’animale nel proseguo della storia nei confronti dell’ormai divenuto homo sapiens sapiens è stata totale. Da un gene venuto male, cresce, si rafforza e si diffonde l’homo stupidus (Ce ne stanno troppi e s’interviene male!). Non ha la forza, né il coraggio di prendersela col prossimo più prossimo allora scarica la sua ira, la sua irreparabile castrazione mentale, il suo ozio intellettuale su chi occupa il gradino più basso della sua stessa scala biologica: l’animale da compagnia, l’ex inserviente ludico-sociale. Pur se grave ipsius coscientiae pondus (grave il peso della propria coscienza), l’homo stupidus inventa per l’animale nuovi “giochi”, sport estremi: combattimenti, corse (più che truccate, drogate), commercio clandestino; tutto per la sua cretina felicità innaturale e pure economica. Non gli bastava la mafia, adesso ha coniato pure la zoomafia. Malgrado tutto Vasco, un beagle di poco più di tre anni, ha vinto il 42° Premio della fedeltà del cane: con i suoi guaiti, nei boschi intorno a Lecco, ha fatto localizzare un’anziana priva di sensi ed ha atteso con lei i soccorsi. Che lezione!
È finita la calda estate, quelli che lavorano (e sono sempre meno; diffidate di chi vi dice il contrario) ritornano ad occupare (se lo ritrovano) il posto di sempre. I bambini, stressati pure loro, cominciano a temperare le matite per la scuola. Sono tristi: hanno lasciato gli amichetti dei giochi sulla sabbia, si annoiano, a volte sono intrattabili. “Qui ci vorrebbe un bel cane”, pensa il signor Rossi; “andiamo al canile municipale, con una buona azione facciamo felice un bastardino abbandonato e Giovannino” (Con una fava due piccioni, vale sempre per la coscienza), dice alla moglie. Adesso nei canili seri ci sono pure gli educatori (esiste una Montessori per i cani?) che ti consigliano su quale tipo di cane ti puoi basare. “I genitori richiedono per i figli soprattutto cuccioli. Nulla di più sbagliato – dice Sara l’educatrice – per i bambini ci vogliono cani adulti perché le grandi razze danno maggiori garanzie, sono affettuosi ed hanno maggiore tolleranza”. Ti fanno vedere qualche cane, tre o quattro. Devi scegliere. Hanno tutti lo stesso sguardo. Non hai l’imbarazzo della scelta ma dell’esclusione. Più di una volta sono stati sedotti e poi abbandonati, senti che se lo ricordano. Ti sorge un dubbio: “Cosa pensa il cane nel momento che alzi lo sguardo per passare su di un altro?”. Immagino che in cuor suo dica (anche i cani hanno un cuore): “Porca miseria! Se me l’avessero detto prima mi sarei dato una ripulita”. Ma se proprio non capiamo il linguaggio dei cani, ci viene incontro Stanley Coren, esperto di comportamento animale, che realizza un corso di lingua dall’umano al cagnesco e viceversa. Si trova in libreria sotto il titolo: “Il linguaggio dei cani”, a 16 euro (l’educazione costa, eccome!). Alla fine Giovannino, o chi per lui, ha scelto e si avvia col cane legato al guinzaglio nuovo di zecca all’uscita. Scodinzola il cane che passerà a miglior vita, per gli altri, quelli rimasti, domani è un altro giorno:…si vedrà.
A volte ritornano, riabbandonati, macchine permettendo, si ripresentano al canile per la seconda volta. In giugno dal cancello d’ingresso del canile di Porta Portese sono entrati 80 cani e ne sono usciti 40. In estate il telefono del canile squilla continuamente. Telefonano pure per segnalare cani randagi o finti randagi: a volte, è il padrone del cane che dà indicazioni su dove trovare il cane da lui precedentemente abbandonato. Seicento cani nel canile aspettano una famiglia, di questi un centinaio sono molossoidi e cani da presa tipo pit bull: il cane killer, l’arma letale. Il ministro Sirchia dopo le ultime aggressioni emana un’ordinanza per la tutela dell’incolumità pubblica. In Francia, Germania, Inghilterra hanno già approvato leggi che vietano l’importazione, l’allevamento e la vendita dei pit bull e specie simili. Da noi nel 1999 è stato approvato alla Camera un disegno di legge sulla vendita e la detenzione dei cani incriminati. Tutto è fermo all’esame parlamentare. La Lav è dal 1998 che chiedeva un intervento statale. Secondo l’articolo 2 non possono detenere o acquistare un cane pericoloso “i delinquenti abituali o per tendenza” e quelli “interdetti e inabilitati per infermità”. In pratica: pit bull, rotweiler, mastini da oggi in poi hanno di che preoccuparsi. Ma “potenzialmente pericolosi” potrebbero essere, secondo l’ordinanza, pure i doberman e i pastori tedeschi. La vedo brutta per i vari Rin Tin Tin e Rex. E questa volta il collie Lassie non credo proprio che tornerà a casa. Ed ai bastardi “pericolosi” chi ci pensa? In pratica chi vorrà acquistare un cane rischioso è meglio che prima faccia un colloquio con lo psicologo della Asl. In fondo sarebbe la stessa procedura richiesta per i cacciatori dal ministro Pisanu, si tratta sempre di idoneità di un porto d’arma. Ho paura che alla fine tutto si ridurrà ad un patentino, ad un’assicurazione e fra un po’ ad un’altra tassa, tanto per fare cassa (ma non la mettiamo in testa al Governo, altrimenti ce la ritroviamo nella prossima Finanziaria). Prevedo un sacco di abbandoni per gli amici a quattro zampe. Il ministro Sirchia si è messo in un bel guaio; ma c’è tempo per aggiustare il tiro.
Se hai un cane da caccia (tutti i cani nascono cacciatori, non c’è bisogno di essere un etologo per saperlo. Sembra che in Italia ce ne siano oltre un milione e settecento) hai un sacco di problemi. Devi farlo correre, ma dove? Per scioglierlo (liberarlo dal guinzaglio) e mollarlo su un prato, devi aspettare quel periodo che in gergo venatorio si chiama “la prova dei cani” (il periodo d’addestramento) che in genere arriva in agosto e precisamente un mese prima dell’apertura della caccia che non è generale per tutto il Paese da quando le Regioni si organizzano da sole. La caccia in media si esercita da settembre a fine gennaio, e solo in questi mesi puoi portare fuori un cane. E gli altri sei mesi? Be’ ti organizzi. Se possiedi un setter, un pointer o un bracco, lo puoi portare in una delle troppe Zac (zone addestramento cani) dove puoi comperare una quaglia giapponese a 7 euro e se non vuoi sparargli c’è quello che viene dopo di te che te l’ammazza. Se puoi permettertelo puoi acquistare un fagiano a 15 euro più starnatura (pratica di eviscerazione che consiste nell’estirpare le budella per mezzo di un uncino dal sedere del volatile, una volta ammazzato). L’ho visto fare pure sui moribondi da inservienti troppo preventivi. Se hai un segugio lo puoi portare su un recinto dove ci sono lepri a 20 euro l’ora. Se vuoi puoi pure sparargli, ma ti costa una ottantina di euro, però c’hai il ragù assicurato. Stessa sorte la puoi riservare per i cinghiali. Puoi fingere una battuta; sciogli i cani su un recinto di un paio d’ettari dove il cinghiale è costretto a fare sempre lo stesso giro, poi, se vuoi, lo ammazzi e te lo porti a casa bello e impacchettato per il tuo frizzer a 7 euro il chilo. Lo stesso cinghiale precedentemente catturato e rivenduto dal parco del lago di Vico ad un paio di euro al kilo. Il legislatore nell’ultima legge sul maltrattamento degli animali è stato molto attento a tener fuori gli animali d’allevamento cacciabili, evidentemente considerati solo alla stregua di carne da macello (anzi di bassa macellazione). Con la scusa di addestrare cani la caccia in Italia non conosce periodi di sosta. Alleanza Nazionale che dice di essere il partito dei cacciatori ha creato questi danni ambientali. Non ce n’era francamente il bisogno, ed attualmente è difficile tornare indietro. Se vivi in un Parco e possiedi un cane da caccia allora sei proprio fregato. C’è la L.R. 17 art. 47 che vieta di portare cani in ambiti protetti. Attenzione! Se il vostro Fido sconfina vi beccate 500 euro di multa.
La Regione Lazio dovrebbe avere un’anagrafe canina aggiornata. Provate a telefonare, spenderete un sacco di soldi e alla fine vi accorgerete che non sa niente nessuno. C’è chi giura che in Italia ci sono oltre tre milioni di cani fra i regolari: quelli tatuati e gli altri: quelli che nessuno conosce l’esistenza ma neppure la morte. La matematica in questi casi è difficile. L’Enci (Ente nazionale cinofila italiana), fondato nel 1882 da alcuni nobili “gentiluomini”, valorizza le nostre 14 razze autoctone di antica origine, e riconosce i pedigree (una specie di distinzione sociale) fra le altre razze che in tutto saranno all’incirca 400. L’ultimo censimento sui cani in Italia, sembra che risalga al 1950 con più di un milione di cani; negli ultimi tempi – ci dicono dalla sede di Milano – si muovono su una quota di 100.000 l’anno. Stranamente i cani, ormai, si differenziano per l’attitudine, il compito, il lavoro che noi umani gli affibbiamo. Ci sono quelli da bovaro, da pastore, da tartufo, da agility, da circo, da elemosina, da slitta, da pelliccia, da vivisezione, da esperimento per i bocconi (polpette avvelenate), da tana per le istrici (protette), da guida per non vedenti e non udenti, da valanga, d’ordine pubblico, da rapina, da droga, e poi da guardia, da appartamento ricco, da quello medio e da casa di borgata, da schiamazzo notturno e pure diurno; e mi perdonino i nostri fedeli amici se mi è sfuggito qualche loro nuovo mestiere. Povera Italia, non c’è mica posto per tutti! C’è già, da noi, un’esagerata densità di popolazione (192 abitanti per chilometro quadrato), se ci mettiamo pure – direbbe un leghista convinto – qualche immigrato regolare e non, ed ad essi aggiungiamo i cani che mangiano, si muovono, sporcano (ed il più delle volte nessuno pulisce) senza dimenticare i gatti che hanno infestato città e campagne, dove andiamo a finire? Ci manca lo spazio! Un mio amico alla domenica mattina va a correre in un parco di Roma. Lui pensava di correre nel verde o fra i vialetti, non di fare lo slalom fra le cacche dei cani. Joggingando ha trovato un amico con un breton senza un orecchio: gli e lo aveva staccato un cane corso. È andata peggio ad un quarantenne nel gennaio dello scorso anno: un branco di cani randagi l’hanno ammazzato. È da un po’ che dico che i parchi non sono posti sicuri. Mi sono procurato paletta e secchiello, non per fare lo scemo al mare (non ho più l’età), ma per ripulire davanti l’ingresso di casa le copiose e puzzolenti cacche di gatto. Poi mi è capitata fra le mani una scatoletta alimentare ed ho letto gli ingredienti, gli addensanti ed i conservanti ed ho capito perché i gatti soffrono di colite. Uno che ne sapeva più di noi ci ha insegnato ad amare il nostro prossimo. E chi ti dice che il nostro prossimo non è proprio un animale? Dice Wittgenstein: “Gli animali vengono verso di noi, se li chiamiamo per nome. Esattamente come gli uomini”.
